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Riflessione sul Vangelo di don Umberto Cocconi: il pane vero che dà la vita al mondo.

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Don Umberto Cocconi

La folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». … Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo … Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (Vangelo secondo Giovanni).
Per la gente che ha assistito al miracolo della moltiplicazione dei pani quel Gesù è meraviglioso, incredibile, sa fare cose straordinarie per cui “visto il segno che egli aveva compiuto, dicevano: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”. Ma Gesù non ci sta ad essere proclamato “re panettiere”. La folla ha visto un fenomeno straordinario: un uomo ha dato – non si sa come – il pane per tutti. Non ha compreso che quello era un segno, cioè una realtà visibile e sperimentabile che rimandava a un’altra realtà più vera, ma, secondo il loro sguardo, hanno visto solo un fenomeno stupefacente. Non c’è stata nessuna preghiera, nessun ringraziamento a Dio. Ma ciò che è ancor più grave non c’è stato nessun silenzio di veglia nella notte carico di domanda: “cosa significa tutto ciò?”.
Quella folla non si era accorta che stava rivivendo l’esperienza della manna nel deserto. Erano in un luogo solitario, appartato dal mondo, un po’ come i loro antichi padri quando uscirono dall’Egitto e furono nutriti da un pane dal cielo: la manna. Gli ebrei quando al risveglio videro quella cosa strana si chiesero: “che mai fosse quel fenomeno?”. Così anche la folla – che aveva assistito alla moltiplicazione dei pani – avrebbe dovuto chiedersi: “che cosa è mai ciò che è successo? Che significato ha per noi tutto questo?”.
Cuori non induriti ma più attenti e in ascolto, nella brezza della sera, avrebbero dovuto “sentire” la potente parola del profeta Isaia capace di segnare una solida traccia per una risposta: “O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte”. Ma il miraggio di essere di nuovo saziati da quel pane ha fatto «dimenticare la sostanza delle cose, la dimensione del dono e, alla fine, fa ascoltare solo sé stessi e non l’autore di ogni bene» (don Alberto della Comunità il Portico).
Mentre si cerca il pane che non sfama, Dio, al contrario, vuole donare all’umanità il pane della vita, Dio è colui che si prende cura, al punto di venire incontro alla fame e alla sete di senso dell’uomo, con il dono di un Tu che ha il sapore di un pane profumato da sempre atteso. Afferma Giancarlo Bruni che l’esperienza della fede sboccia quando accade l’incontro tra l’io che ha fame e l’Io sono il pane di Dio disceso dal cielo per te, per noi, per ogni uomo, per l’intera creazione. «Un incontro che apre gli occhi sulla verità di Dio, che è buono come il pane. Noi affamati di senso incontrati dal Pane che dà senso diventiamo pane donato alla tavola della vita trovando in questo il senso pieno della nostra vita»

La Toscanini