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Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Io sono la vera vite

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera
Don Umberto Cocconi

Gesù disse: «Io sono la vera vite. Il Padre mio è il contadino. Ogni ramo che è in me e non dà frutto, egli lo taglia e getta via, e i rami che danno frutto, li libera da tutto ciò che impedisce frutti più abbondanti. Voi siete già liberati grazie alla parola che vi ho annunziato. Rimanete uniti a me, e io rimarrò unito a voi. Come il tralcio non può dar frutto da solo, se non rimane unito alla vite, neppure voi potete dar frutto, se non rimanete uniti a me. Io sono la vite. Voi siete i tralci. Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto; senza di me non potete far nulla. Se uno non rimane unito a me, è gettato via come i tralci che diventano secchi e che la gente raccoglie per bruciarli. Se rimanete uniti a me, e le mie parole sono radicate in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. La gloria del Padre mio risplende quando voi portate molto frutto e diventate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi: rimanete nel mio amore!» (Vangelo secondo Giovanni).
Proprio “nella notte in cui viene tradito” Gesù manifesta chiaramente la Sua scelta di vita: “amare i suoi fino alla fine”. Amare, nel testo originale viene riportato con la parola agapéin, verbo che indica “l’amore di gratuità” in cui l’interesse o la reciprocità non sono contemplati, perché l’Amore che Gesù prova verso i suoi giunge al suo vertice, al suo apice, e dunque alle sue più estreme conseguenze, in quanto è totale e assoluto. L’immagine che Gesù utilizza per parlare di sé e del suo rapporto con i suoi discepoli è quello della vite e del tralcio. Se si è uniti a Lui come il tralcio alla vite si può portare frutto, per questo è chiesto al discepolo di dimorare in Lui (ménein) che significa più precisamente un “sostare”, uno “stabilirsi” in Lui. Se il termine “sostare” indica la scelta di fermarsi in un luogo confortevole, capace cioè di rivitalizzare una persona perché possa riprendere il cammino, lo “stabilirsi” rimanda alla permanenza di quello stare. Si riconosce che solo “restando proprio lì” si riceve continuamente vita e amore agapico. La parola rimanere rievoca pertanto il dimorare e la dimora propria dell’uomo è essenzialmente dove egli si sente amato. L’invito di Gesù è dunque quello di abitare in Lui, di trovare “casa” in Lui, ponendolo così al centro della propria vita. Rimanere in Gesù è stare nell’amore, è abitare la casa di Dio, è riconoscersi figli amati e chiamati a una nuova vita, ad una vita in pienezza. Inoltre, ed è questa la prospettiva nuova, è che solo a partire da una tale relazione vitale, che ci si può aprire ad un progetto di vita che va oltre gli orizzonti possibili. Se si stacca la spina da Gesù non si potrebbe più ricevere da Lui la vita vera, quella vita che è dono del Padre. La vita divina del Padre si comunica all’uomo attraverso l’unione al figlio Gesù e solo se si è innestati in Lui si porta frutto. Connessi alla vite, che è Gesù stesso, il Padre diviene il vignaiolo che proprio perché “pota” fa fruttificare.
Sono queste tutte immagini prese dal contesto agricolo che descrivono l’azione del contadino che quando pratica l’innesto o salda un ramo su una pianta gli mette attorno qualcosa, una specie di fascia, per renderlo non solo solido e resistente, ma anche perché solo così la linfa può continuamente passare dalla pianta al ramo innestato. Durante l’inverno si tagliano i tralci secchi, quelli che non porteranno più frutto, ma in primavera, quando i tralci stanno fruttificando, si compie una seconda potatura, essi vengono sfoltiti in modo che portino più frutti. E i tralci sfoltiti “piangono”, secernano un liquido che indica che sono vivi. Applicato a noi potrebbe voler dire che “potare” opere o persone ancora “vive e generative” fa sanguinare … fa piangere. Un’acuta riflessione di Madre Teresa pone in evidenza che «se si guarda la vite, non si vedono frutti. Tutti i frutti sono sui tralci. L’umiltà di Gesù è così grande che egli ha bisogno dei tralci per produrre frutti. Questo è il motivo per cui ha fatto tanta attenzione al punto di innesto: per poter produrre quei frutti egli ha fatto l’attacco in modo tale che si debba usare la forza per romperlo. Il Padre, il vignaiolo, pota i tralci per produrre più frutto, e il tralcio silenzioso, pieno d’amore, incondizionatamente si lascia potare». Il tralcio preso singolarmente non può portare frutto, poiché solo il legame con la vite è costitutivo per la sua esistenza e fecondità. Gesù, la vera vite, ci dona la vita divina attraverso la Sua Parola e il Suo corpo, ci fa vivere e ci assicura che uniti a Lui porteremo molto frutto, che altro non è che la fraternità, ossia il prendersi reciprocamente cura l’uno dell’altro.