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Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: La fede è un viaggio che non finisce mai.

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Don Umberto Cocconi
Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro» Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. (Vangelo secondo Marco).
La lettura del libro Pazienza con Dio di Tomas Halik mi ha illuminato sull’essere missionari oggi nella città secolare. Vorrei, perciò, consegnarvi queste riflessioni. Svolgendo il mio servizio pastorale nel campo universitario e nell’ambito della marginalità e delle fragilità esistenziali ho avuto modo di sperimentare come sia importante vivere l’atteggiamento missionario di Paolo che scrive: «mi sono fatto tutto a tutti». Forse, ai nostri tempi, potremmo essere più efficaci nel mostrare la vicinanza di Dio, se noi come suoi discepoli, diventassimo coloro che cercano insieme a chi cerca e coloro che si interrogano insieme a chi domanda. Essere missionari nel nostro tempo, comporta essere uno che dubita insieme ai dubbiosi, come chi cerca insieme a coloro che cercano. E perché questo lavoro non finisse per rivelarsi solo una mistificazione, Dio riuscì gradualmente a scuotere tutte le mie certezze religiose che avevo avuto fino a quel momento. Anch’io ho compreso che l’incontro con Dio, la conversione, l’assenso nella fede al modo in cui Dio rivela se stesso e in cui la Chiesa presenta questa rivelazione, non è la fine del cammino. «La fede è proseguire, la natura della fede in questo mondo è quella di un viaggio che non finisce mai. La vera ricerca religiosa nella nostra vita qui sulla terra non potrà mai essere come quelle ricerche su un argomento che culminano con il successo, ossia con la scoperta e con l’appropriazione; giacché essa non è rivolta a uno scopo materiale, bensì al cuore di un Mistero, che è inesauribile, che non ha fine» (Halik).
Una volta il giovane professore Joseph Ratzinger commentando la parabola di Gesù sul Regno di Dio che viene paragonato a un albero tra le cui fronde nidificano gli uccelli, osservò che la Chiesa iniziava ad assomigliare pericolosamente a un albero con molti rami secchi, sul quale si posano spesso uccelli alquanto strani. Solo un legame tra domande e risposte restituisce alle nostre asserzioni un reale significato e una dinamica vitale: la verità avviene nel dialogo. Le risposte rischiano sempre di porre fine al processo della nostra ricerca. Ma una nuova domanda può riportare la luce nelle inesauribili profondità del mistero. Nella fede non si tratta di problemi, bensì di mistero e per questo motivo non si deve mai abbandonare la via della ricerca e degli interrogativi.
Forse è giunto il tempo di abbandonare molte di quelle “parole pie” che abbiamo continuamente sulle nostre bocche e sui nostri stendardi. Queste parole, a causa di un uso continuo, spesso troppo superficiale, si sono consumate, usurate, hanno perso il loro significato e il loro peso, si sono svuotate. Altre invece sono sovraccariche, rigide e arrugginite, sono diventate troppo pesanti per riuscire a esprimere il messaggio del Vangelo. Sono parole che non sono più in grado di cantare la gloria di Dio – “non sanno danzare” -, direbbe Nietzsche.
Che cosa significa oggi esattamente avvicinare qualcuno a Cristo e attraverso Cristo a Dio. Non è quello di accompagnare pazientemente gli altri – e con grande rispetto – guidarli verso le porte del mistero? Si racconta che l’ultimo pensiero che Thomas Merton consegnò ai suoi discepoli fosse questo: «ciò che siamo chiamati a fare oggi, non è tanto parlare di Cristo, ma far sì che Egli viva in noi, in modo che la gente possa trovarlo sentendolo vivo in noi». Bisogna continuare a cercare, così come bisogna avere uno spirito di povertà, bisogna restare aperti, perché solo chi è così potrà raggiungere il Regno di Dio.
 
 
 
 

La Toscanini