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DA GRANDE CHE FARO’

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Fino al liceo non mi sono mai posto il problema di cosa avrei fatto nella vita; non riuscivo a proiettarmi nel futuro. Pensavo alla professione come a una cosa che non si poteva evitare, come la messa alla domenica. Non ho mai detto: " da grande farò! " Non mi sembrava che sarei diventato grande e in fondo non ho neanche sbagliato. Dal giorno in cui sono nato fino al mio primo ingresso a Cinecittà la mia vita mi pare sia stata vissuta da qualcun altro; da uno che, solo a tratti e quando meno me l’aspetto, decide all’improvviso di parteciparmi qualche frammento dei suoi ricordi. Debbo quindi ammettere che i miei film della memoria raccontano ricordi completamente inventati. E del resto che differenza fa? Ecco; da bambino costruivo da solo dei burattini. Prima li disegnavo sul cartone, poi li ritagliavo, infine mettevo insieme le teste con la creta o con l’ovatta imbevuta di colla. […]
Non mi sono mai appassionato ad altri giochi all’infuori dei burattini, dei colori e delle costruzioni in cartoncino, quei disegni in pianta e prospettiva che si ritagliavano e s’incollavano. Per il resto, niente: mai dato un calcio a una palla. Mi piaceva anche star chiuso nel gabinetto per ore ed ore, mettermi la cipria in faccia e mascherarmi con baffi di stoppa, barbe, so-pracciglioni metafistofelici, e basettoni disegnati col sughero bruciato. Al cinema però non ci andavo tanto spesso da ragazzo. Intanto il più delle volte non avevo i soldi, non me li davano. Poi al cinema che frequentavo io, il Fulgor di Rimini, si prendevano le botte. Nei posti "popolari", quelli proprio sotto lo schermo, fatti di panche schiodate, le scene d’avventura e di guerra scatenavano emulazioni ancora più selvagge, tra urla, scarpate in testa, rotolamenti sotto le panche, e l’intervento finale di "Usciazza", un bestione violento, ex pugile, ex bagnino, ex facchino dei mercati, e che adesso, con un fez rosso in testa e una visiera di celluloide, faceva la maschera al cinema, e scazzottava come un assassino. […]
Per me il cinema è una sala ribollente di voci e di sudori, le mascherine, le caldarroste, la pipì dei bambini: quell’aria da fine del mondo, da disastro, da retata. Il tramestio che precede il varietà, i professori che arrivano in orchestra, gli accordi, la voce del comico e i passi delle ragazze dietro il velario. Oppure la gente che esce d’inverno dalle porte di sicurezza, in un vicolo, un po’ rimbambiti dal freddo, qualcuno che canticchia il motivo del film, delle risatacce, qualcuno che piscia […].
Pensavo allora di non essere tagliato per la regia. Mi mancavano il gusto della sopraffazione tirannica, la coerenza, la pignoleria, la capacità di faticare e tante altre cose, ma soprattutto l’autorità. […] La regia di un film è sempre il comando sulla ciurma di Cristoforo Colombo che vuol tornare indietro. […]
Seguendo Rossellini mentre girava Paisà mi parve improvvisamente chiaro, una gioiosa rivelazione, che si poteva fare il cinema con la stessa libertà, la stessa leggerezza con cui si disegna e si scrive, realizzare un film godendolo e soffrendolo giorno per giorno, ora per ora, senza angosciarsi troppo per il risultato finale; lo stesso rapporto segreto, ansioso ed esaltante che uno ha con le proprie nevrosi; e che gli impedimenti, i dubbi, i ripensamenti, i drammi, le fatiche, non erano poi molto diversi da quelli che soffre il pittore quando cerca sulla tela un tono e lo scrittore che cancella e riscrive, corregge e ricomincia, alla ricerca di un modo espressivo che, impalpabile e sfuggente, vive nascosto tra mille possibilità. Rossellini cercava, inseguiva il suo film in mezzo alle strade, con i carri armati degli alleati che ci passavano a un metro dalla schiena, gente che gridava e cantava alle finestre, centinaia di persone intorno che cercavano di venderci o di rubarci qualcosa, in quella bolgia incadescente, in quel formicolante lazzaretto, che era Napoli, e poi a Firenze e a Roma e negli sconfinati acquitrini del Po, con problemi di ogni tipo, permessi revocati all’ultimo momento, programmi che saltavano, misteriose sparizioni di danaro, nel girotondo frastornante di produttori improvvisati sempre più avidi, infantili, mentitori, avventurieri.
… Ecco, da Rossellini mi pare di avere appreso – un ammaestramento mai tradotto in parole, mai espresso, mai trasformato in programma – la possibilità di camminare in equilibrio in mezzo alle condizioni più avverse, più contrastanti, e nello stesso tempo la capacità naturale, di volgere a proprio vantaggio queste avversità e questi contrasti, tramutarli in un sentimento, in valori emozionali, in un punto di vista. Questo faceva Rossellini: viveva la vita di un film come un’avventura meravigliosa da vivere e simultaneamente raccontare.

Federico Fellini
"Fare un film"

SOKRATES n°3 – 24 Aprile 1996
 

La Toscanini