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IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA

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Ci fu un tempo l’Enotria, la terra del vino, ora questa mitica contrada è diventata il paese della paura e del sospetto. Da molti, da troppi giorni di vino si muore. Si muore di veleno imbottigliato spacciato per vino. Una ventina di cadaveri finora e un numero imprecisato di accecati, paralizzati, lesionati. Povera gente che cercava nella bottiglia quei rari conforti di cui la vita è avara con chi umilmente lavora. Gente qualunque che, ne siamo certi, non investiva in borsa ma spendeva i suoi quattro soldi, fiduciosamente, in bottiglioni da poco prezzo. Etilisti li hanno detti, non avendo il coraggio di chiamare quei morti ubriaconi: bevitori smodati, intemperanti, gente rozza e incolta che non sapeva bere, che non sapeva scegliere fra tante offerte di vini sicuri, controllati, sigillati, etichettati. Gente scadente che si attaccava a merce scadente. (…)

La strage tuttavia, non ha fatto altro che accelerare un tramonto ormai inevitabile. Quei morti sono anche il segno luttuoso d’una Italia che sta scendendo nella tomba, d’un paese che sta scomparendo. Già da parecchi anni la civiltà agraria era divenuta un residuo agonizzante del passato, una cultura in decomposizione. (…) Antichissima bevanda popolare e aristocratica, simbolo d’identificazione etnica («oenotrii viri»), liquido d’intenso significato spirituale al punto da identificarsi nel mistero eucaristico col sangue di Dio; «sangue della terra», sole catturato e trasformato da una «struttura così artifiziosa» quale il granello dell’uva, mirabile laboratorio in cui operano, miniaturizzati, «ordigni», «ingegni», «potenze» programmate da una chimica occulta e perfetta. (…) Gli ineluttabili processi di modernizzazione, le leggi della commercializzazione su vasta scala, hanno fatto del vino un prodotto come un altro, frutto dell’ingegneria ecologica. E’ giusto che sia così, che venga stoccato come petrolio in silos metallici, che passi fra tubi di acciaio inossidabile, che giaccia in vasche di cemento o di resine sintetiche, che sia omogeneizzato, stabilizzato, magari emulsionato e pastorizzato come il latte e le altre insulse e deprimenti bevande industriali. Non importa che sia vivo, è necessario che non uccida. Non importa che perda odore, sapore, colore, spirito, personalità. Come bevanda culturale ha fatto il suo tempo: chi lo beve non gli parla e non lo capisce. Soltanto l’artificiale potrà salvarci da un naturale che non esiste più. (…) Nobile decaduto, il vino sopravviverà nei consumi di massa solo se diventerà una bevanda qualunque, una bibita dissetante, se perderà il sapore della vita, se accetterà di omologarsi a un innocuo surrogato della ormai irreperibile e preziosissima acqua. L’età dei patriarchi è remota. Noè fuori della storia, la letizia ingiustificata, l’allegria conviviale fuori moda. Che cosa ci sta a fare una bevanda carica di storia , euforizzante, dialogante, eloquente con il balbettio di tanti italiani che stanno liquidando la loro lingua per un ibrido cocktail californiano, convertiti ormai al culto salutare delle acque gassate o a quello, meno angelico, dei superalcolici distillati al malto?

Piero Camporesi
"Corriere della Sera" 9 Aprile 1986

SOKRATES n°2 – 17 Aprile 1996