Donne che raccontano storie
| Getting your Trinity Audio player ready... |
“Da sempre amo i racconti, quelli belli”, scrive Daniela Rossi, nota organizzatrice di eventi, nella prefazione all’antologia Donne che raccontano storie. E aggiunge che l’antologia “nasce dal mio progetto sulla scrittura delle donne, in collaborazione con l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Parma, per Parma Capitale della Cultura 2020”. Dopo iniziative varie “siamo riuscite a indire un bando nazionale di scrittura di racconti autobiografici e memoir, obiettivo principale di tutto il progetto. Abbiamo ricevuto moltissimi racconti e, con una giuria di donne esperte conoscitrici di letteratura di genere, siamo arrivate a questa antologia”. Il volume sarà presentatao presso Lostello della Cittadella di Parma giovedì 18 luglio alle 19.
Ma di che cosa scrivono le donne quando scrivono di sé? Non solo di infanzia e ricordi, perlomeno non le più giovani, che hanno argomenti vicini al mondo LGBTQ+, ai problemi alimentari o alle violenze sul femminile.
L’età si indovina proprio dal tipo di scritti, da quel solco indelebile che ha delineato un prima e un dopo, un confine tra miseria e boom, tra riti ancestrali e modernità. Parliamo dell’inurbamento, il passaggio traumatico dalla campagna alla città che ha segnato grossomodo le generazioni dagli anni ’40 ai ’60 del secolo scorso. Una decina di racconti sui ventisette dell’antologia parlano proprio di questo.
Un paio (“Affetti stabili” di Ivana Manferdelli e “Un anno alla finestra di Roberta Lucarelli) hanno a che fare col Covid, altro spartiacque della coscienza collettiva che il sismografo delle donne puntualmente registra.
Se i temi dei racconti sono spesso tragici o quantomeno seri, l’indefettibile umorismo femminile, equamente sparso, aiuta a stemperare le difficoltà. È con orgoglio e humour che le autrici di “Leggere il tempo” e “Di pesi”, rispettivamente Savina Tamborino e Lisa Burger, parlano di omosessualità, più libere di un tempo di farlo. “Le ginnaste” di Susanna Tosatti e “Parto per rinascere” di Anna Groaz, trattano di parto e gravidanza, argomento femminile se ce n’è uno. Al primo dobbiamo la definizione del feto, una bambina, come “arrotolata come un anaconda discreto, dalla pelle scivolosa”. Una bella immagine, tenera a suo modo, lontana dagli stucchevoli angioletti, puttini e falpalà che accompagnano in genere le descrizioni di bambini neonati o ancora da nascere. “L’onda muta” di Luciana Floris, col suo “tempo che è nel ventre”, tratta di un rimettersi al mondo in senso metaforico.
Altri temi sono genitori in declino e badanti (“Lancillotto e Frosi”, di Enrica Rizzini) argomento che riguarda in particolare le donne perché loro in genere è l’accudimento, la violenza a opera di educatori (“Viola il mare la luna” di Anita Chieppa) i primi amori e l’impegno politico (“Del perché la fragola…” di Viviana Pistoia, e “Autocombustione”di Barbara Vuano) le troppe calorie e troppe tette, sempre secondo l’inflessibile e introiettato sguardo maschile (rispettivamente “Cronache da un pomeriggio” di Annalisa Maitilasso e “Tette” di Adelaide Basile).
Una cosa bisogna dire dei racconti di questa antologia, anche quelli non citati e non certo per minor merito, e cioè che sono tutti, tutti, belli, sapientemente scritti, capaci di evocare atmosfere e belle immagini e di tenere senza cali l’attenzione della lettrice o del lettore, anche quelli non basati su una trama forte ma sull’introspezione. Le donne, quando scrivono di sé -e naturalmente non solo- scrivono bene.
Francesca Avanzini








