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Il Pentagono cinese è solo l’ultimo dei mega-progetti militari di Pechino

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Un plotone delle forze armate cinesi marcia in memoria della fine della Seconda guerra mondialeKevin Frayer/Getty Images
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Un plotone delle forze armate cinesi marcia in memoria della fine della Seconda guerra mondialeKevin Frayer/Getty Images

Lorenzo Lamperti

Dalle portaerei alle armi a microonde fino al nuovo comando militare, Xi Jinping si prepara a celebrare i 100 anni dell’Esercito di liberazione popolare

Taipei – Un Pentagono cinese in piena regola. Pechino sta costruendo il complesso militare più grande del mondo. Talmente grande che potrebbe essere dieci volte più esteso del famoso centro di comando americano. L’informazione, tenuta fin qui riservata dalle autorità asiatiche, deriva da alcune immagini satellitari ottenute dal Financial Times, che mostrano un sito di costruzione di oltre seicento ettari. Il posizionamento è a circa 30 chilometri a sud-ovest di Pechino, non così lontano dall’attuale centro di comando che si trova sulle colline nei pressi della capitale. Rispetto al precedente, costruito al termine della Guerra fredda, il nuovo complesso potrebbe consentire maggiore sicurezza contro eventuali attacchi nemici.

Triplo binario

Il complesso pare destinato a diventare il più grande centro di comando militare del mondo, operativo nei frangenti di crisi o minacce serie alla sicurezza nazionale. Secondo gli esperti, potrebbe ospitare i massimi vertici della Commissione militare centrale, presieduta da Xi Jinping, che è anche presidente della Repubblica Popolare e segretario generale del partito comunista. Sebbene non vi sia per ora alcuna presenza militare visibile nel sito, secondo il Financial Times ci sono pochi dubbi che si tratti di un progetto legato alle forze armate. Sul luogo è stato emanato il divieto di sorvolo per droni e quello di scattare fotografie, come avviene di solito per i siti dell’Esercito popolare di liberazione. L’accesso al retro del sito di costruzione sarebbe invece stato ostruito da un posto di blocco.

La costruzione del complesso comunica diverse cose. La prima è una conferma: la Cina fa sul serio nell’ammodernamento delle forze armate e delle sue strutture. Sin dalla sua ascesa al potere, nell’autunno del 2012, Xi ha lanciato una profonda riforma dell’esercito. Si tratta di un’azione profonda, mirata non solo a un potenziamento militare, ma anche a una riorganizzazione tesa a consolidare la lealtà dei ranghi nei confronti della leadership. L’Esercito popolare di liberazione è infatti una diretta emanazione del partito comunista, da cui dipende direttamente visto che il capo della Commissione militare centrale è sempre il segretario generale.

La grande azione di riforma ha seguito dunque un triplo binario: ammodernamento, integrazione e coordinamento tra le diverse branche dell’esercito, anticorruzione. Obiettivo finale: costruire una forza militare potente e moderna, in grado di competere con i più grandi eserciti del mondo, compreso quello degli Stati Uniti. Nel corso del primo decennio di Xi al potere, il progetto ha avuto diverse accelerazioni. Con l’intensificarsi della competizione con Washington, la Cina ha sentito l’urgenza di investire cifre imponenti sulla propria difesa, assumendo anche una postura più assertiva sulle questioni legate alla sovranità e alle dispute territoriali aperte con altri governi asiatici su numerosi teatri: stretto di Taiwan, Mar Cinese Meridionale, Mar Cinese Orientale, vette himalayane.

Pronti al combattimento per il centenario del 2027

Nell’orizzonte più prossimo c’è il 2027, anno in cui si celebra il centenario dell’Esercito Popolare di Liberazione. Per allora, Xi ha già chiesto di raggiungere la prontezza al combattimento. Il che, nonostante molti media internazionali lo diano per scontato, non significa che si sia già presa la decisione di avviare un’azione militare contro Taiwan o altri. Di certo, la Cina non vuole farsi trovare impreparata, perché sa che non se lo può più permettere. La pandemia da Covid-19 ha accelerato diversi processi già in atto, chiudendo in leggero anticipo il “ventennio di opportunità strategiche“ profetizzato dall’ex presidente Jiang Zemin nel 2002, durante il quale Pechino ha potuto in buona parte rafforzarsi lontano dai riflettori, con gli Usa impegnati altrove tra guerra al terrorismo, esportazione della democrazia e crisi finanziaria. Ora la Cina sa di essere considerata il primo vero rivale strategico, come confermano i documenti più recenti del Pentagono.

Per poter competere, Pechino si muove sempre più rapidamente su quel triplo binario di ammodernamento, coordinamento e lealtà. Sul primo punto, i passi avanti sono stati davvero rilevanti. Nel 1996, quando Bill Clinton mandò mezza flotta del Pacifico a transitare sullo stretto di Taiwan per chiudere la crisi dei mesi precedenti, il paese lo visse come un’umiliazione. Oggi, la Cina ha dimostrato invece di poter organizzare a più riprese imponenti esercitazioni militari nei pressi di Taiwan. Non solo sullo stretto, ma tutto intorno all’isola, simulandone il blocco navale. Dimostrazioni di forza rese possibili da un rafforzamento epocale della propria flotta.

Portaerei, testate nucleari e armi a microonde

Sta per entrare pienamente in funzione la Fujian, la terza portaerei della Cina, la prima dotata di un sistema di decollo a catapulta elettromagnetica. Ciò significa lanci di velivoli più eclettici, più rapidi, più armati: in linea con gli standard degli Stati Uniti. Dislocamento di oltre 80 mila tonnellate (contro le 60 mila dei modelli precedenti), la Fujian è dotata anche di sistemi di blocco innovativi che consentono una rapida decelerazione in atterraggio. Xi ha impresso una forte accelerazione al programma sulle portaerei: vuole averne almeno sei entro il 2035, di cui quattro a propulsione nucleare. Già oggi solo gli Usa, con 11, ne hanno di più. Secondo le stime del Bulletin of Atomic Scientists del 2024, Pechino disporrebbe attualmente di circa cinquecento testate nucleari. Siamo ben lontani dalle 3700 testate degli Usa, ma il tasso di crescita cinese si è fatto molto rapido. Se la Cina dovesse mantenere questo ritmo, a Washington sono convinti che potrebbe avere già mille testate entro il 2030 e 1500 entro il 2035.

Sul fronte tecnologico sono stati raggiunti risultati notevoli. Nell’ambito della riforma delle forze armate avviata da Xi è stato creato un nuovo comando dedicato esclusivamente allo sviluppo di capacità per i nuovi campi di guerra informatici, cibernetici, spaziali, della sicurezza informatica e per l’integrazione delle nuove tecnologie per obiettivi strategici. Uno degli ultimi esempi di ricerca applicata al campo militare è quello che riguarda l’inserimento di un gene del microscopico orso d’acqua in cellule staminali embrionali umane, aumentando in modo significativo la resistenza di queste cellule alle radiazioni.

Di recente, un team della National University of Defence Technology di Changsha (provincia dello Hunan), ha realizzato una fonte di energia compatta che potrebbe ridurre significativamente le dimensioni di un’arma a microonde ad alta potenza. Il dispositivo sarebbe in grado di generare elettricità fino a dieci Gigawatt di potenza a una velocità di dieci impulsi al secondo. Si tratta di un’energia intensa che potrebbe produrre fasci di microonde abbastanza potenti da mandare in tilt i chip di droni, aerei o persino satelliti. Per non parlare dell’intelligenza artificiale, utilizzata in modo sempre più profondo per l’innovazione delle forze armate.

Spese militari, lealtà politica e velocità decisionale

Sul secondo punto, quello dell’integrazione, sono sempre più frequenti le manovre congiunte tra i diversi teatri operativi dell’esercito. Per riuscire a ottenere questi obiettivi, servono tanti soldi. Non a caso il budget militare continua a crescere: +7,2% nel 2024, dato in linea con quello del 2023. Nell’ultimo decennio, le spese militari sono pressoché raddoppiate arrivando per il 2024 a 232 miliardi di dollari. Si tratta di un dato 4,1 volte più grande del vicino Giappone e circa un terzo di quello degli Stati Uniti (842 miliardi di dollari). Va però considerato che la capacità produttiva di nuovi aerei e navi è più alta di quella statunitense. A differenza di Washington, infatti, Pechino non ha alleati formali da rifornire, né basi militari all’estero (a parte quella di Gibuti, anche se c’è chi ritiene che ci siano altre postazioni non ufficiali altrove) da sostenere.

Servono anche lealtà politica e una gerarchia decisionale precisa. E qui si arriva al terzo punto, con una campagna anticorruzione avviata e diventata di fatto permanente. “Non ci deve essere nessun posto in cui i membri corrotti dell’esercito possano nascondersi“, ha detto Xi lo scorso giugno, durante la prima conferenza di lavoro politico militare in un decennio. E le pronunciava da un luogo simbolo: Yan’an, la città nella provincia interna dello Shaanxi in cui si concluse la quasi mitologica “lunga marcia” di Mao Zedong, prima della vittoria della guerra civile contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek.

L’ultimo grande ufficiale a cadere, a fine novembre, è stato Miao Hua, direttore del dipartimento di lavoro politico della potentissima Commissione militare centrale. Si tratta sostanzialmente della divisione che si occupa dell’ideologia del partito e dei cambiamenti di personale all’interno delle forze armate. Si tratta di un passaggio importante, visto che Miao fa parte della Commissione militare centrale dal 2017 ed è un collaboratore di antica data di Xi, di cui è ritenuto un fedelissimo. La sua caduta arriva dopo che sono rotolate diverse altre teste. Ad agosto 2023 sono stati improvvisamente silurati i vertici delle forze missilistiche, la divisione che ha in carico la gestione dei missili cinesi, compresi quelli con testata nucleare. Poche settimane dopo è invece stato rimosso il ministro della Difesa Li Shangfu, accusato di corruzione. La supervisione di Xi pare sempre più diretta. Un segnale in tal senso arriva dalla riforma dell’apparato statale approvata durante le “due sessioni” legislative del marzo 2023. Il testo comprende anche la possibilità di una “corsia preferenziale” per l’approvazione più rapida di leggi in “tempi di emergenza“.

Costruire un complesso militare dieci volte più grande del Pentagono potrebbe essere dunque il perfetto “regalo” per il centenario del 2027, nonché un passaggio che aumenta quella necessità di prontezza al combattimento. Non solo da parte delle forze armate, ma anche da parte della leadership politica. Non solo. Il quartier generale del dipartimento della Difesa in Virginia è sempre stato un simbolo della forza degli Stati Uniti. L’inaugurazione del “Pentagono cinese” diventerebbe anche un passaggio fondamentale per rafforzare l’immagine della Cina come grande potenza. La realizzazione in forma plastica che la storia non è finita e che Washington non può più guardare Pechino da una posizione di vantaggio, costretta a riconoscere l’esistenza di un mondo multipolare. O quantomeno di un duopolio.



Fonte Link: wired.it 

Nell’area sarebbero in azione almeno cento gru, al lavoro su uno spazio di cinque chilometri quadrati per sviluppare infrastrutture sotterranee, potenzialmente collegate tra loro. Nelle foto sono visibili enormi buche che, secondo gli esperti militari, ospiteranno grandi bunker protetti per mettere in sicurezza i leader militari cinesi durante qualsiasi guerra, inclusa potenzialmente un’apocalisse nucleare. Secondo una valutazione di esperti citati dal Financial Times, la costruzione principale sarebbe iniziata a metà del 2024, con fonti a conoscenza del progetto che hanno già etichettato il sito come “Beijing Military City”.