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Hormuz riapre
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Teheran evita la chiusura totale dello stretto ma avverte che le navi di Stati Uniti e Israele saranno nel mirino: una riapertura solo formale che mantiene alta la tensione militare, il rischio per i traffici energetici globali e la pressione sui mercati internazionali
“Controlliamo lo Stretto di Hormuz, ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraversarlo. Tuttavia, le navi degli Stati Uniti e d’Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane”: lo ha detto il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi, aggiungendo “che l’Iran non può fornire alcuna garanzia sulla sicurezza delle navi di tutti i Paesi e, se dovessero attraversare lo Stretto, la responsabilità di qualsiasi incidente sarà loro, a causa della situazione di guerra”.
La lettura corretta della frase attribuita al portavoce militare iraniano è questa: non siamo davanti a una riapertura piena e normalizzata dello Stretto di Hormuz, ma a un tentativo di Teheran di sostituire la minaccia di una chiusura generalizzata con una selezione politica dei bersagli.
Hormuz riapre: apertura formale, ma deterrenza armata selettiva
Nei giorni precedenti, lo stretto era arrivato quasi a fermarsi, con l’Iran rivendica di “controllarlo” pur in un contesto regolato anche dal diritto marittimo internazionale e dal fatto che il passaggio coinvolge anche acque omanite. La dichiarazione iraniana va letta come una mossa di controllo dell’escalation: Teheran prova a evitare il costo politico di una chiusura totale dello stretto — che alienerebbe partner asiatici, Paesi del Golfo e importatori energetici — ma vuole conservare la leva strategica di minacciare i traffici considerati ostili.
Sul piano geopolitico, ciò consente all’Iran di inviare tre messaggi contemporaneamente. Primo: agli Stati Uniti, che ogni eventuale scorta navale americana trasformerebbe il traffico commerciale in traffico sotto protezione militare, alzando il rischio di scontro diretto. Secondo: agli alleati del Golfo e ai grandi compratori asiatici, che Teheran non vuole apparire come il Paese che spezza del tutto il commercio energetico mondiale. Terzo: ai mercati, che l’Iran può generare shock anche senza dichiarare una chiusura totale.
Per i Paesi del Golfo la posta in gioco è doppia. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e Iraq hanno interesse vitale a ripristinare i flussi ma non vogliono essere trascinati apertamente in una guerra regionale allargata. Il conflitto ha già colpito infrastrutture e sicurezza regionale, mentre la leadership iraniana ha cercato di rassicurare i vicini anche mentre continua la pressione militare.
Fonte Link: ilgiornale.it








