E morte non avrà dominio al teatro Due di Parma
E morte non avrà dominio
Polly si concede a tutti, è la prostituta del villaggio, ma il suo cuore è altrove, sotto terra, insieme al suo unico amore sepolto al cimitero; Rosie è stata baciata una volta sola, dietro il porcile, e conserva il ricordo di quel bacio e di chi per un attimo l’ha riconosciuta, per tutta la vita, sola come Eleanor Rigby, imprigionata in un corpo inadeguato.
Non sono i personaggi principali di “E morte non avrà dominio”, lo spettacolo di Vinicio Capossela andato in scena ieri a Teatro 2 e in replica stasera 10 ottobre, ma tra i più commoventi. Se ne stanno dietro la tenda di tulle che divide il palcoscenico, dove prevalentemente si svolgono le vicende degli abitanti di Llareggub, villaggio inventato dal “poeta maledetto” Dylan Thomas, al centro del poema radiofonico “Sotto il bosco di latte”. I suoi abitanti sono gente comune, né totalmente buona, né totalmente cattiva, come dice il reverendo Eli Jenkins -che invoca comunque la benedizione del Signore su di loro in una preghiera sublime che è un’altra delle vette dello spettacolo- e assurgono ad archetipo dell’umanità, in una Spoon River gallese dove i vivi si mischiano ai morti o al loro ricordo.
La pièce è un’apologia dei perdenti, e chi ci può essere di più perdente delle più miserevoli donne di un miserevole villaggio gallese. Perché, come diceva Sciascia, “Le donne sono perfette: non c’è fallito, criminale, ubriacone o pazzo che non abbia la sua donna che lo ama.” E si vede bene in questi tempi di femminicidi.
Capovilla (sì, l’interprete di Città di pianura) immerso in una vasca che assume significati vari durante lo svolgimento dell’opera, e Capossela recitano sulla parte anteriore del palcoscenico, con una scenografia dominata da una vecchia radio-pianoforte sulla quale Capossela pure suona. Esaltano, appunto, i pazzi, i sognatori, gli ubriaconi, i ribelli, i perdenti in genere, chi spreca la sua vita tra generosità ed eccessi, all’insegna di una dépense cara a Baudrillard e di cui non si vedono più molti esempi in giro, in un mondo sempre più dominato dal capitale e dalla stretta convenienza. Esaltano, anche, l’amicizia maschile, fatta di complicità, bevute, un certo ruvido esistenzialismo. Tanto poi c’è sempre una donna che tenta di riportare ordine e saggezza. Così Capossela narra di un amico con cui condivideva la stanza durante le tournée che di notte faceva interminabili quanto inconcludenti telefonate d’amore-non da sobrio, si immagina- finendo il più delle volte per addormentarsi e bruciare con la sigaretta lenzuola e materassi che dovevano poi essere rimborsati. Questo amico era il dj torinese Renato Striglia, recentemente scomparso, il cui sogno, mai realizzato, era di trasporre completamente in italiano “Sotto il bosco di latte”. É dall’idea di un morto dunque che nasce l’opera, perché “sono morto, sì, ma non mansueto”, perché le voci dei morti continuano a produrre esempi e idee, e dunque la signora con la falce infine non avrà il dominio.
Lo spettacolo è piuttosto discontinuo, alterna momenti di grande efficacia ad altri, soprattutto all’inizio, in cui si fa fatica ad immedesimarsi. Particolarmente toccanti i momenti in cui l’attualità irrompe sulla scena, come quando Capovilla dedica lo spettacolo “ai nostri padri, madri e ai nostri figli in Palestina”, o come quando il desiderio di pulizia si fa polizia, escludendo i non perfettamente conformi. Neanche questa è un’idea completamente nuova, e aleggia ogni tanto una sensazione di déjà vu. Il pubblico comunque ha gradito moltissimo e applaudito i bravi interpreti, musicisti e cantanti per lunghi minuti. (Parma, 10 Ottobre 2026)
Francesca Avanzini








