“La vendetta della mafia non è affidata soltanto alle lupare”
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Franco Abruzzo
Bocca contro i Cc. Abruzzo risponde a Marco Travaglio:
"La vendetta della mafia non è affidata soltanto alle lupare".
Anche la calunnia è un’arma micidiale.
"Nella guerra contro la mafia, l’Arma annovera 33 caduti tra i quali il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Quando si parla dell’Arma, prima di lanciare accuse gratuite e diffamatorie, bisogna sempre tenere presenti anche gli altri Carabinieri caduti nel corso di quasi due secoli: da Pastrengo al Podgora, da Culqualber a Nassirya. Non si può difendere chi ingiustamente ha attribuito ai carabinieri comportamenti pavidi e collusi con la mafia, dimenticando che il figlio di Ciancimino e Riina sono stati ammanettati (con sodali e parenti) dai carabinieri. La vendetta della mafia non è affidata solo alle lupare".
"Presumo che Travaglio, impegnatissimo in mille incarichi professionali, non abbia letto l’articolo di Bocca. Bocca, infatti, ha "accusato (i carabinieri) in blocco di colludere con la mafia", quando afferma:…."
Milano, 22 agosto 2009. Pubblichiamo la lettera di rettifica che oggi Franco Abruzzo ha spedito, per fax e via email, al direttore responsabile dell’Espresso, Daniela Hamaui, con riferimento all’articolo "Chiudete quella Bocca" a firma Marco Travaglio (pubblicato nel nel n. 34, 27 agosto 2009, del settimanale).
Marco Travaglio si occupa di me nell’articolo "Chiudete quella Bocca", scritto in difesa di Giorgio Bocca, autore dell’articolo "Quanti amici ha Totò Riina". Il Comando generale dell’Arma ha respinto «con fermezza» le «accuse infamanti» mosse ai carabinieri, perché nell’articolo di Bocca «si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in Sicilia l’ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando generale respinge con fermezza e con indignazione". Tutto il mondo politico ha espresso la sua solidarietà all’Arma e l’ho fatato anch’io pubblicamente. Travaglio scrive: "mentre i marescialli Latorre e Minniti deliravano da sinistra, il mondo dell’informazione e della cultura taceva e acconsentiva. Con una rimarchevole eccezione: Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi, solidale con i carabinieri "leali servitori" ecc. Come se Bocca li avesse accusati in blocco di colludere con la mafia".
Presumo che Travaglio, impegnatissimo in mille incarichi professionali, non abbia letto l’articolo di Bocca. Bocca, infatti, ha "accusato (i carabinieri) in blocco di colludere con la mafia", quando afferma:
1."I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza";
2. "…..e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali…":
3. "Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali" (verso la mafia, ndr);
4. "….i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia".
5. "E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo, che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?".
Travaglio scrive anche: "E dire che Abruzzo, docente di storia del giornalismo, ha pubblicato sul suo sito la tesina di un’allieva su ‘L’inchiesta di Tommaso Besozzi sulle bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte del bandito Giuliano’. Bugie per coprire i mandanti di Portella della Ginestra, anno 1948". Il titolo della tesina, invece, è questo: "La prima grande inchiesta del dopoguerra. TOMMASO BESOZZI E LA MORTE DEL BANDITO GIULIANO. Breve ricostruzione di una delle poche inchieste della storia del giornalismo italiano. L’inviato de "L’Europeo" svela le bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte dell’ultimo bandito siciliano" (testo in: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=90)". La vicenda è nota. Governo e Carabinieri in quell’occasione hanno taciuto il nome dell’assassino di Giuliano. L’assassino era il cugino Gaspare Pisciotta avvicinato dagli uomini del col. Ugo Luca, ufficiale dell’Arma con grandi esperienze di controspionaggio. In Sicilia, tra il 1945 e il 1950, si è combattuta una guerra contro il tentativo secessionista di una frazione del mondo politico isolano, che aveva creato un esercito ("Evis- Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia" di cui Giuliano era "colonnello") per staccarsi dall’Italia. Anche in quella "guerra" l’Arma pagò un alto tributo di sangue dei suoi uomini.
Nella guerra contro la mafia, l’Arma annovera 33 caduti tra i quali il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Quando si parla dell’Arma, prima di lanciare accuse gratuite e diffamatorie, bisogna sempre tenere presenti anche gli altri Carabinieri caduti nel corso di quasi due secoli: da Pastrengo al Podgora, da Culqualber a Nassirya. Non si può difendere chi ingiustamente ha attribuito ai carabinieri comportamenti pavidi e collusi con la mafia, dimenticando che il figlio di Ciancimino e Riina sono stati ammanettati (con sodali e parenti) dai carabinieri. La vendetta della mafia non è affidata solo alle lupare.






