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Enzo Bianchi: la miope scorciatoia di chi critica la Chiesa

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Enzo Bianchi
Ancora una volta papa Francesco ha mostrato come per lui il Vangelo sia non solo una buona
notizia «spirituale», ma un annuncio che coinvolge tutta l’umanità nella sua condizione debole,
fragile, limitata, segnata dalla sofferenza e dal male.
Così, proprio per vivere adeguatamente e in verità l’anno della misericordia proclamato, Francesco
nel messaggio per la Giornata del rifugiato del prossimo 17 gennaio ha ricordato che vivere la
misericordia da cristiani significa innanzitutto «fare misericordia», secondo il linguaggio del
Vangelo, che con questo termine indica l’azione del samaritano verso l’uomo caduto vittima dei
briganti sulla strada di Gerico.
Chi ha sperimentato la misericordia di Dio nei propri confronti deve «fare» misericordia verso
l’altro a qualunque popolo, cultura, religione, condizione sociale appartenga. Chi è cristiano
dovrebbe sentirsi per così dire «obbligato» a questo atteggiamento perché ha conosciuto nella
propria carne la misericordia usatagli da Dio, ma anche chi non è cristiano può in ogni caso sapere
che l’essere umano che sta di fronte a lui ha gli stessi suoi diritti, chiede lo stesso rispetto della
propria dignità: così nasce la responsabilità di aiutare l’altro, di riconoscerlo, di fargli del bene, di
liberarlo dalla condizione di sofferenza in cui giace.
Ecco perché papa Francesco afferma che «migranti e rifugiati ci interpellano»: sono nostri fratelli e
sorelle in umanità, vittime della guerra, della violenza, del potere tirannico o della fame e della
precarietà delle loro vite. Oggi sono in molti quelli che, anche se non cristiani, comprendono e
denunciano come sia venuta meno nella nostra cultura e nel tessuto della nostra vita sociale la
«fraternità», questa virtù senza la quale anche l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Se non
c’è la ricerca laboriosa e a volte faticosa della fraternità, allora l’altro, gli altri risultano soltanto
realtà cosificate, valutate solo in base ai nostri interessi, alla loro utilità per noi, alla loro incidenza
positiva o negativa sul nostro benessere individuale, al loro essere ostacoli sulla via della nostra
felicità.
In una situazione come quella vissuta nei Paesi del benessere, seppur attraversati da crisi
economiche patite dai più poveri e dai senza dignità, i cristiani e dunque la chiesa hanno
innanzitutto il compito di mostrare, con il loro comportamento, e il loro contributo all’edificazione
della polis, che si oppongono alla barbarie che avanza a grandi passi soprattutto da due decenni, in
Europa e nella nostra Italia. Com’è possibile che il veleno della xenofobia abbia ammorbato le
nostre popolazioni che più di altre hanno conosciuto in passato la sofferenza dell’emigrazione, la
fuga da una terra incapace di dar loro lavoro e nutrimento? Com’è possibile che una lunga
tradizione cattolica, vanto e orgoglio della chiesa negli ultimi decenni, si mostri così facilmente
contraddetta in valori a lungo professati come quello dell’accoglienza e dell’ospitalità? Com’è
possibile che godendo di condizioni migliori sul piano economico, tecnologico, culturale ci
sentiamo minacciati dai poveri che bussano alle nostre frontiere? Non si tratta di accogliere tutti –
perché questo non è possibile, prima ancora che per l’insostenibilità economica, a motivo della
nostra stessa condizione umana segnata dal limite – ma almeno di tentare di regolare i flussi
migratori in un’ottica di solidarietà europea, di fare terra bruciata attorno agli interessi economici e
geopolitici che fomentano le guerre e le sopraffazioni, di favorire condizioni che permettano a quei
popoli di restare nelle loro terre e di non essere costretti a intraprendere, al prezzo della vita, esodi
attraverso il deserto e il Mediterraneo. La vita di una persona non ha forse lo stesso valore
indipendentemente dalla terra in cui viene alla luce? I diritti, prima di essere quelli di un cittadino di
una determinata nazione devono essere riconosciuti come «diritti dell’uomo» in quanto tale.
È in questa situazione disperata che papa Francesco, ma anche diversi esponenti della chiesa
italiana, fanno sentire la loro voce in modo forte e anche critico, ma in obbedienza alle istanze del
vangelo: sbattere la porta in faccia a chi sta morendo nel «mare nostro» o respingere chi si avvicina
al nostro territorio è «uccidere il fratello», negargli il diritto a vivere. E se è vero che non si possono
accogliere tutte le miserie del mondo, ciascuno tuttavia superi se stesso e i propri egoismi
nell’accogliere chi nella sua miseria rischia la morte.
Chi dice che l’intervento della chiesa in questi giorni genera confusione o chi giudica le parole dei
vescovi un’invasione nel campo della politica vuole semplicemente mettersi al riparo da parole
profetiche scomode e giustificare l’attuale esercizio del potere politico e finanziario. È vero che la
chiesa e la politica hanno compiti diversi, ma in un’autentica democrazia anche le parole della
chiesa, come quelle dei cittadini possono essere contestazione dell’esercizio del potere politico ed
economico e contribuire a renderlo più giusto. La verità è che negli ultimi due decenni in Italia ci
eravamo abituati a una presenza di chiesa silente sui temi della giustizia sociale concerta o a volte
addirittura a una presenza ecclesiastica che accettava di fornire un supporto al potere, intonacando il
muro cadente di una politica corrotta e senza rispetto degli ultimi e dei poveri.
Sì, da un’ipotesi di «cattolicesimo quale religione civile» siamo ritornati a un cristianesimo
profetico che sa dire la verità a caro prezzo, anche di fronte ai potenti. Ed è significativo che chi
oggi si oppone maggiormente alle parole profetiche della chiesa non siano tanto atei devoti o laicisti
irreligiosi, ma sovente proprio dei cattolici, che si mostrano «cristiani del campanile» e non del
Vangelo, arrivando anche a chiamarsi «cattolici adulti» di fronte alla semplice denuncia evangelica
dei vescovi. Costoro non conoscono nemmeno cosa significhi autonomia dei cattolici in politica,
conquistata a caro prezzo già dai padri costituenti, e confondono l’essere cattolici con il semplice
richiamo verbale urlato a riti e tradizioni svuotate del nerbo e della mitezza evangelica che le
avevano suscitate. Criticare un uso distorto del potere non significa alimentare la sfiducia verso la
politica bensì ricordare nel concreto delle azioni quotidiane che «merita il potere solo chi ogni
giorno lo rende giusto». Se oggi constatiamo qualunquismo, diffidenza, sfiducia verso le istituzioni
nazionali e sovrannazionali, i primi che si dovrebbero interrogare sulle cause sono proprio quelli
che esercitano il potere politico: si chiedano se per loro la politica è servizio verso gli ultimi e i
meno muniti, se hanno il senso del bene comune e, qualora si dicano cristiani, si confrontino
concretamente con il Vangelo e le sue esigenze e non con gli appetiti del loro piccolo campanile.
Anche su questo, migranti e rifugiati ci interpellano. 

Fonte: La Stampa del 23 agosto 2015