CARO AUGIAS
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Ci sono nell’essere umano delle costanti di “esperienza/conoscenza” così profondamente radicate da connotarlo in modo non solo irriducibile, ma forse anche irredimibile. Si tratta di pilastri di saggezza, o, appunto, di stereotipi a volte così dannosi da renderlo succube e infelice? Uno di questi affonda le sue basi nella notte dei tempi, risale alla fatidica condanna biblica “guadagnerai il pane con il sudore della fronte” per lui, e “partorirai nel dolore” per lei. Pena e fatica, dolore e sacrificio, questo ci è stato tramandato come essenza del destino umano. Al punto da rifiutare, oggi, in presenza di un carico di sofferenze privo di senso, sbocco e uscita, la richiesta di una misericordiosa fine, o da opporsi e diffidare di un utilizzo libero e pieno dei frutti della scienza perché in contrasto con l’assetto delle nostre radicate credenze.
Nella lettera ospitata ieri nella sua rubrica su La Repubblica, tutto questo è riproposto, in modo diretto o indiretto, implicito ed esplicito, come mantra inesorabile. Nella fattispecie: i giovani d’oggi non si impegnano, non studiano, non sono capaci di sforzo prolungato, resistenza alla fatica, sacrificio. Per concludere mestamente: che ne sarà delle nuove generazioni di fronte agli ostacoli, alle difficoltà, alle delusioni, alle frustrazioni, alle pene che la vita in abbondanza riserva?
Forse, caro Augias – e cari noi tutti che siamo così intimamente pervasi dagli effetti di questo antico retaggio – forse non è così vero che il destino dell’essere umano sia un eterno patire e penare. Forse il senso della vita, il suo orizzonte sano è quello di emanciparsi da questa schiavitù del pensiero unico produttivistico, forse il piacere di vivere una vita meno oppressa dall’ossessione della conquista di beni e denaro non è scandalo e immoralità dannosa. Forse il destino non è farsi masochisticamente il culo su questa terra per averne in guadagno – oltre alla seconda/terza macchina e casa – anche la speranza di un futuro paradiso. Forse il problema vero – come sostiene l’insegnante cui lei risponde nella sua – non è la presenza in classe di un “disabile” a impedire lo svolgimento “normale e proficuo” delle lezioni, ma l’incapacità di considerare tale presenza come occasione per impostare il proprio lavoro non su logiche di efficienza produttiva, ma su valori e canoni di rispetto e solidarietà, di una concezione del diverso come occasione di nuovo e stimolante apprendimento – non come tragico rallentamento rispetto ad astratti e univoci parametri produttivi, ma come occasione di potenziale, provvidenziale arricchimento.
Caro Augias, lei non crede che a trovarsi a disagio, smarriti e inetti in un ipotetico futuro paradiso, saranno giusto quelli che non avranno minimamente appreso a goderne – e a farne godere – qualche anticipo nella loro attuale e presente vita, su questa nostra quotidiana bellissima terra che giusto i malati di iperproduttività sacrificale e di crescita feticistica rischiano oggi di consumare e distruggere? E prima di gettare l’ombra della condanna sulle nuove (imbelli) generazioni, non dovremmo cominciare a chiederci se i nostri giovani – intuitivamente, confusamente – non abbiano per caso cominciato a capire quanto la coazione alla prestazione monetariamente produttiva e alla crescita meramente quantitativa siano oggi non la soluzione, ma il problema?
Cordialmente suo,
Gian Carlo Marchesini






