“Chi critica Falcone oggi è l’erede di chi l’ha perseguitato in vita”, dice l’ex Guardasigilli Martelli


Riccardo Carlino
“Travaglio è un diffamatore professionale, Ranucci un montato. Per parlare così male di lui nel 2026 non si deve avere più niente da dire”. Colloquio con l’ex ministro che volle il pm in via Arenula
“Travaglio è un diffamatore professionale, Ranucci un montato. Per parlare così male di Giovanni Falcone nel 2026 non si deve avere più niente da dire”. L’ex Guardasigilli Claudio Martelli si ricorda tutto di quando il magistrato arrivò a Roma. “L’ho chiamato dopo il giuramento da ministro della Giustizia per rendere legge l’esperienza del suo pool antimafia di Palermo. Ed è quello che abbiamo fatto”, racconta al Foglio. Era il 1991, Falcone era scampato già a un attentato, e aveva lasciato Palermo per accettare l’incarico di direttore degli Affari penali in via Arenula. “Quello a Roma è stato il suo periodo più felice. Chi lo critica oggi raccoglie l’eredità di chi già allora spargeva dubbi su di lui”.
“Giovanni Falcone ha cominciato a essere il bersaglio di colleghi magistrati e di politicanti molto prima di arrivare a Roma”, dice l’ex esponente del Partito socialista italiano, citando le parole che Paolo Borsellino pronunciò circa un mese dopo la strage di Capaci: “La magistratura, che forse ha più colpe di tutti, ha cominciato a far morire Falcone nel gennaio 1988. Quando il Consiglio superiore della magistratura ha bocciato la sua candidatura per la guida dell’ufficio istruzione di Palermo”. Cioè, all’epoca, la punta più avanzata del contrasto alla mafia. Colpa di quel malcontento che la strategia acuta e al tempo stesso semplice di Falcone, quella del seguire ‘i piccioli’, stava creando nella Sicilia dell’epoca. “L’allora procuratore di Palermo Giovanni Pizzillo diceva: ‘Falcone deve smetterla. Non può rovinare l’economia siciliana interferendo nelle attività economiche dei maggiori esponenti del mondo commerciale’”, ci ricorda l’ex ministro. “E ciò prova quanto fossero serie quelle indagini condotte da Falcone. Nel dicembre 1987 era diventato il magistrato più famoso al mondo, dopo aver ottenuto svariate condanne per Riina e Provenzano al Maxiprocesso”. Perchè allora negargli quel ruolo così importante a Palermo? “Perché in Sicilia la parte principale della magistratura, della polizia, dei carabinieri e della politica si erano ormai abituati a convivere con la mafia. Falcone e altri magistrati coraggiosi invece ci facevano le indagini sopra”.
Fonte Link: ilfoglio.it







