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La Clemenza di Tito: successo della coproduzione Modena-Reggio
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MODENA – REGGIO EMILIA
MOZART: LA CLEMENZA DI TITO
INTERPRETI: P. Fanale, T. Romano, R. Mantashyan, G. Sborgi, A. Faggioli, V. Caradja
DIRETTORE: Eric Hull
REGIA: Walter Pagliaro
TEATRO: Comunale e Valli
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Carlo Vitali
“Ottima prova dell’Orchestra regionale dell’Emilia-Romagna e del coro di casa sotto la bacchetta di Eric Hull, nemica delle strascicature pseudo-solenni così da restituirci un Mozart maestro del patetico nobile e del colpo di scena, ma senza sconti sulla verità psicologica”.
Debutto modenese per questa coproduzione con Reggio Emilia, che riprende l’allestimento inaugurato nel 2008 al Piccinni di Bari. Allora la macchina registica di Walter Pagliaro parve inceppata da una prestazione orchestrale smorta e da un protagonista tonante ma impreciso nelle agilità, peccati capitali nell’opera seria settecentesca. La messa a punto del reparto musicale consente ora di rivalutarne il singolare impatto, cui collabora in modo decisivo l’apporto integrato di scenografia e costumi (Luigi Perego). Saviamente esclusa l’ambientazione archeologica nella Roma dei Cesari, il setting si aggira fra le sue tarde riesumazioni neoclassiche. L’ultima incoronazione asburgica del 1791 sfuma nella Parigi del Consolato napoleonico già in odore di Primo impero; doppio salto mortale cui ben si addice il lessico funerario dell’architetto giacobino Boullée: cupola lignea simil-Pantheon rovesciata a mo’ di teatro anatomico su cui svetta un pronao semicircolare di colonne corinzie.
Costruttivismo ironico da strappare l’applauso. Si salvano il decoro e il bilancio schivando la monotonia della scena fissa con microvariazioni a base di velari su cui proiettare scene arcadiche alla Poussin o codici-colore in risposta all’affetto delle arie. Sgarri bruciacchiati quando il Campidoglio va (letteralmente) in fumo; una colonna si spezza in due tronconi e i pannelli dell’anfiteatro si sollevano rivelando viscere di carpenteria uso prigioni sotterranee. Due sole cadute di stile nella caratterizzazione: una Vitellia porcona che debutta scosciata praticando heavy petting con Sesto è l’antitesi della principessa di gelo destinata a sgelarsi nel finale (situazione ben più interessante, come sapevano Mozart e Puccini); Publio non dovrebbe essere un Burbero benefico e occhialuto, ma una specie di Himmler.
Il resto quasi tutto bene, sebbene nessuno degl’interpreti si possa definire uno specialista mozartiano. Non certo la versatile Gabriella Sborgi, unica superstite del cast barese qui chiamata a sostituire l’indisposta giovane turca Asudè Karayavuz: bel colore scuro, legature flessuose, struggimenti e deliri quali esige il ruolo lunare di Sesto. Paolo Fanale, seguace della perigliosa emissione di forza stile Rockwell Blake, giungeva in fondo senza danni, spopolando addirittura con “Se all’impero, amici dèi”. Spaccava in quattro il capello della dizione scodellando i recitativi come si deve e, pur piccolino di taglia, teneva il campo come un Tito per niente mammoletta. Di fronte a due simili volponi, le giovani Aurora Faggioli (Annio) e Ruzan Mantashayan (Servilia) mostravano elegante delicatezza con buoni spunti cantabili ma non riuscivano a bucare la scena; ci riusciva invece fin troppo la Vitellia di Teresa Romano, in disordine nel registro acuto come nell’abbigliamento. Al pubblico è piaciuta lo stesso, dunque non approfondiamo. Ottima prova dell’Orchestra regionale dell’Emilia-Romagna e del coro di casa sotto la bacchetta di Eric Hull, nemica delle strascicature pseudo-solenni così da restituirci un Mozart maestro del patetico nobile e del colpo di scena, ma senza sconti sulla verità psicologica.
Fonte: Classic Voice”, numero di marzo 2014, pp. 78-80
immagini correlate:
- SUCCESSO DE LA CLEMENZA DI TITO AL TEATRO VALLI DI REGGIO EMILIA 16 FEBBRAIO 2014
- PAOLO FANALE IN LA CLEMENZA DI TITO AL VALLI DI REGGIO EMILIA






