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Sul vegetarismo

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Élisée Reclus (1901)*

Uomini di grandissimo valore, igienisti e biologi, hanno studiato così a fondo i problemi relativi all’alimentazione abituale che mi guarderei bene dal dare prova d’incompetenza esprimendo la mia opinione sull’alimentazione animale e vegetale. A ciascuno il suo mestiere. Non essendo nè chimico né medico, non parlerò né dell’azoto né dell’albumina; non riprodurrò i dosaggi fomiti dagli analisti; mi limiterò semplicemente a riferire le mie impressioni personali, che sicuramente coincideranno con quelle di molti vegetariani. Ripercorrerò il corso della mia vita e all’occorrenza, mi fermerò a fare delle riflessioni quando le piccole avventure dell’esistenza lo solleciteranno.

All’inizio, devo dirlo, la ricerca della pura verità non ebbe niente a che vedere con le prime impressioni che fecero di quel modello che ero, ancora vestito da bambino, un vegetariano virtuale, in potenza. Ricordo distintamente l’orrore del sangue versato. Una persona della mia famiglia, mettendomi un piatto in mano, mi aveva mandato dal macellaio del paese, chiedendomi di prendere non so quale pezzo di carne sanguinolenta. Ingenuo e timoroso mi avviai di buona lena a fare la commissione e penetrai nel fienile dove stavano i carnefici della bestia sgozzata. Ricordo ancora quel cortile sinistro, dove passavano uomini spaventosi, con grandi coltelli in mano che asciugavano sui grembiuli schizzati di sangue. Sotto un portico, un’enorme carcassa occupava, così mi pareva, uno spazio immenso; dalla carne bianca un liquido rosa colava nei canaletti di scolo. Muto e tremante, me ne stavo in quel cortile insanguinato, incapace di procedere, troppo terrorizzato per fuggire. Altre scene amareggiano i miei anni infantili e, come quella della macelleria, segnano altrettante date della mia storia.

Rivedo il maiale dei contadini, macellai occasionali e tanto più crudeli: uno di loro sgozza lentamente l’animale affinché il sangue coli goccia a goccia: è indispensabile, sembra, per la buona preparazione dei sanguinacci che la vittima abbia molto sofferto. Questa emette continui stridii, interrotti da pianti infantili da richiami disperati, quasi umani. Sembra di sentire un bambino il maiale domestico non è forse stato davvero per un anno il’ bambino di casa, rimpinzato per l’ingrasso, che con vero affetto rispondeva a tutte quelle cure che non avevano altro scopo se non quello di procurargli uno spesso strato di lardo? E quando l’amore è corrisposto, quando la massaia, incaricata di accudire al maiale, prova amicizia per il suo protetto, lo accarezza lo lusinga e gli parla, appare forse ridicolo, come se fosse assurdo quasi disdicevole, amare un animale che ci ama?

 

Una forte impressione della mia infanzia è l’avere assistito a uno di questi drammi rusticani, la sgozzatura di un maiale eseguita da una piccola folla insorta contro una mia generosa e vecchia prozia che non voleva acconsentire all’uccisione del suo pingue amico. A forza la piccola folla del villaggio era entrata nel recinto dei maiali, a forza aveva trascinato la bestia nel rustico mattatoio dove l’attendeva l’apparato per la sgozzatura, mentre la sfortunata donna, accasciata su uno sgabello, piangeva lacrime silenziose. Stavo al suo fianco, vedevo queste lacrime e non sapevo se dovevo impietosirmi per il suo dolore o credere, insieme alla folla, che la sgozzatura del maiale fosse giusta, voluta dal buon senso così come dalla sorte.

Ognuno di noi, soprattutto se ha vissuto in un contesto popolare, lontano dalle banali città uniformi dove tutto è metodicamente classificato e nascosto, ognuno di noi ha potuto assistere ad uno di questi atti barbarici, commessi dal carnivoro contro le bestie che mangia. Non è il caso di andare in una qualche Porcopoli dell’America del Nord o in un saladero della Piata per osservarvi l’orrore dei massacri che rappresentano la base della nostra abituale alimentazione.

Ma con il passare del tempo queste impressioni si cancellano: lasciano il posto a quella deplorevole educazione di tutti i giorni che consiste nel ricondurre l’individuo nella media, togliendoli tutto ciò che lo rende un essere unico, una persona.

I genitori, gli educatori, ufficiali e non, i medici, senza contare quell’insieme tanto potente che si chiama «tutti», lavorano in sintonia per indurire il carattere del bambino riguardo a queste «carni ambulanti», che però amano come noi e come noi sentono e, grazie alla nostra influenza, progrediscono e regrediscono come accade a noi. Perché uno dei più tristi risultati delle nostre abitudini alimentari carnivore è che gli animali sacrificati dall’appetito umano sono stati sistematicamente e metodicamente resi brutti, informi, degradati nella loro intelligenza e nel loro valore morale.

Il nome stesso dell’animale nel quale il cinghiale è stato trasformato è diventato il più grosso degli insulti: la massa di carne che è stata vista voltolarsi nelle pozze nauseabonde è così laida da guardare che si evita ben volentieri ogni analogia tra la bestia e il piatto che se ne ricava.

Quale differenza di aspetto e di portamento tra il muflone che salta sulle rocce delle montagne e il montone che, ormai privo di qualsiasi iniziativa, semplice carne abbrutita in balia della paura, non osa più allontanarsi dal gregge, si getta da solo in bocca al cane che lo rincorre!

Stesso imbastardimento nel manzo, che ora vediamo muoversi faticosamente nei campi, trasformato dagli allevatori in un’enorme massa di carne ambulante dalle forme geometriche, come progettate per il coltello del macellaio. È per produrre simili mostri che usiamo l’espressione «allevamento»! Ecco come gli uomini svolgono la loro missione di educatori nei confronti degli animali loro fratelli! Del resto, non è forse in questo modo che ci comportiamo nei confronti dell’intera natura?

 

Lasciate una banda di ingegneri in un’affascinante vallata, in mezzo ad alberi e praterie, sulle rive di un bel fiume, vedrete presto ciò che ne faranno! S’impegneranno al massimo a rendere la loro opera personale il più evidente possibile e a nascondere la natura sotto mucchi di pietre e di carbone; saranno allo stesso modo tutti fieri di vedere il fumo delle loro locomotive innalzarsi in uno sporco intrico di volute giallastre o nere. È vero che talvolta questi ingegneri pretendono anche di abbellire la natura. Tant’è che quando, di recente, gli artisti belgi hanno protestato contro la devastazione dei paesaggi rivieraschi della Mosa, il ministro si è affrettato a far loro sapere che da allora in poi sarebbero stati contenti di lui: si impegnava infatti a fare costruire le nuove fabbriche tutte ornate con torrette gotiche! Allo stesso modo i macellai espongono le carcasse smembrate, le carni sanguinolente sotto gli occhi del pubblico, sul ciglio stesso delle strade più frequentate, a fianco di negozi infiorali e profumati; e hanno persino l’audacia di inghirlandare con rose le carni appese: così l’estetica è salva!

 

Ci si meraviglia di leggere sui giornali che tutte le atrocità della guerra in Cina siano non un brutto sogno, ma una triste realtà! Com’è possibile che uomini che hanno avuto la fortuna di essere accarezzati dalle loro madri e di ascoltare a scuola parole di giustizia e di bontà, come può accadere che queste belve dal volto umano provino piacere a legare dei cinesi fra loro per i vestiti e per i codini e a gettarli nel fiume? Come può succedere che diano il colpo di grazia ai feriti e che facciano scavare le proprie fosse ai prigionieri, prima di fucilarli? Chi sono questi terribili assassini? Sono persone che ci assomiglia no, che studiano e leggono come noi, che hanno fratelli, amici, una moglie o una fidanzata: prima o poi, siamo destinati ad incontrarli, a stringere loro la mano senza trovarvi traccia del sangue versato!

Ma non c’è forse una diretta relazione di causa ed effetto tra l’alimentazione di questi carnefici che si proclamano “civilizzatori” ed i loro atti feroci?

Anch’essi si sono abituati a esaltare la carne grondante di sangue come portatrice di salute, di forza e di intelligenza. Anch’essi entrano senza disgusto nelle macellerie dove si scivola sul pavimento rossastro e si respira l’odore dolciastro del sangue! C’è dunque una differenza così grande tra il cadavere di un bue e quello di un uomo?

Le membra tagliate, le viscere mischiate dell’uno e dell’altro si assomigliano molto: l’abbattimento del primo facilita l’uccisione del secondo, soprattutto quando risuona l’ordine del capo e si sentono di lontano le parole del signore incoronato: “Siate implacabili!”.


*Elisée Reclus “Natura e società”. Scritti di geografia sovversiva
a cura di John P. Clark
edito da Elèuthera, Milano 1999

Lo scritto che apparve dapprima in inglese su The Humane Review (vol. 1, gennaio 1901), mentre la versione francese fu pubblicata successivamente, nello stesso anno, in La Réforme alimentaire (marzo 1901)