La strada per la Cina scommessa dell’agroalimentare
| Getting your Trinity Audio player ready... |
Incontro alle Fiere di Parma dedicato al gigante asiatico. La grande sfida economica e culturale della imprese italiane e parmigiane. Romiti: “Incredibile opportunità, ma serve umiltà, preparazione e buona volontà”. Parmacotto: “Ristoranti nelle grandi città? Ci pensiamo”
RAFFAELE CASTAGNO
(parma.repubblica.it) Andare in Cina. Non sono poi così lontani i tempi di Marco Polo. Certo oggi la Cina non è più la terra misteriosa e da scoprire del padre gesuita Matteo Ricci, che con il mercante veneziano, sono tutt’ora gli italiani più famosi nell’Impero di mezzo. Ma per quanto la globalizzazione ci avvicini, la Cina è ancora un Paese da capire, una grande scommessa per le imprese italiane, sopratutto per l’agroalimentare, che al gigante asiatico guarda con straordinario interesse. Una sfida che non è solo di business, ma è anche culturale. Eppure la Cina ci guarda, ci studia, lo attesta la nutrita delegazione arrivata alla Fiere di Parma per l’evento “Country Business Incubator” promosso da Gea e Italia del Gusto, il consorzio che comprende le più importanti aziende e marchi del food and wine italiani.
LA GRANDE OPPORTUNITA’ – Non ha dubbi Cesare Romiti, presidente della Fondazione Italia-Cina a proposito del colosso asiatico: “E’ un’opportunità da molti anni, un Paese dove il pil è sempre in aumento – pur con qualche raffreddamento negli ultimi tempi – nonostante la crisi mondiale. Ma per entrare in Cina servono molta umiltà, preparazione, buona volontà. Anche Mario Monti che ho recentemente accompagnato in Cina ha compreso le enormi possibilità che quel Paese può offrire alle nostre imprese”.
I numeri danno ragione a Romiti. Negli ultimi anni le aziende italiane sono passate dalle 230
presenze del 2006 alle oltre 900 attuali, solo a Shanghai e nella Cina orientale. Nel 2011 il volume degli affari commerciali tra Italia e Cina è stato di circa 51 miliardi di dollari. Ma la sfida non è facile, tanto più per l’agroalimentare, che deve affrontare un mercato con tradizioni alimentari vecchie di secoli, con una lunga storia alle spalle. Alberto Volpe, direttore Italia del Gusto, consorzio che raccoglie 36 aziende e circa 40 marchi più importanti del settore food and wine, per un fatturato di 25 miliardi di euro: “Per le aziende serve molta informazione e formazione per capire il mercato cinese. Quello agroalimentare è un settore complesso, con una cultura diversa dalla nostra in un Paese che non ha avuto correnti migratorie italiane”. Una terra ignota che però guarda con interesse alle nostre primizie: “Per ora c’è una presenza diffusa, ma poco estesa è difficile essere rilevanti. Ci sono già prodotti come il Parmigiano, il vino ha un forte interesse, anche se va detto che ci sono Paesi più avanti rispetto all’Italia come la Francia e l’Australia, ma può essere un cavallo di Troia per quelli agroalimentari”.
Il made in Italy solo nell’ultimo anno è cresciuto del 36%, sono state vendute qualcosa come 248 milioni di euro tra cibo e bevande. E il mercato delle bollicine sembra essere un settore particolarmente attrattivo per i buyer cinesi: gli spumanti l’anno scorso hanno registrato un incremento di vendite del 236%. Anche Parma ha messo più di un piede in Cina. Barilla e Delicius sono da anni sul mercato, così come Parmacotto, che auspica una penetrazione sempre più incisiva di prodotti come i salumi e i formaggi, quest’ultimi già sulla buona strada. L’azienda non esclude neppure che in futuro si possa aprire un ristorante nei grandi centri come Pechino e Shanghai: “Sono simili a New York e Parigi, ci pensiamo”.
Resta centrale il tema dell’adeguata preparazione e conoscenza del mercato. Da qui l’idea di promuovere la 2 giorni di business incubator per dare alle imprese tutti gli strumenti necessari e favorire i contatti con i distributori orientali. Luigi Consiglio presidente di Gea: “Si tratta di un modello di fiera al contrario dove non saranno le aziende a cercare le opportunità commerciali, ma saranno i distributori e gli importatori a offrire supporto alle aziende per espandere il loro business in Cina”. I buyer cinesi potranno così beneficiare di una vera e propria vetrina del meglio dell’alimentare italiano. Le aziende nostrane di un approccio pratico – come sottolineato dallo stesso Romiti – con il quale intraprendere la sfida al mercato dell’Impero di mezzo.
UNA SFIDA CULTURALE – Andare in Cina è anche e forse sopratutto una sfida che coinvolge la cultura. Serve educazione degli usi e delle consuetudini. Gli imprenditori italiani di oggi devono seguire l’esempio di Marco Polo e Matteo Ricci, che seppero penetrare una cultura così diversa dalla loro. Il meeting ha tenuto a sottolineare anche questo aspetto, che può fare la differenza tra un affare di successo e un fallimento. Boggio Ferraris professore di cinese alla Fondazione Italia-Cina ha tratteggiato le strategie per una corretta comunicazione. “E’ importante contenere le emozioni, positive o negative che siano, saper ascoltare, è un tratto fondamentale della cultura cinese. E seguendo un principio confuciano c’è da considerare l’equivalenza dei ruoli: nella Cina l’anzianità è una valore importante, un incontro tra un top manager cinese più anziano e uno che potrebbe essere suo figlio, può essere vissuto come un affronto. Gli errori interculturali possono pesare tantissimo. Uno sbaglio tipico in questo senso che si può fare è il voler cercare subito di rompere il ghiaccio. Ci può volere un’intera settimana, ma è una fase importantissima, viene valutata la fiducia”. L’ultimo richiamo fa ancora appello a Confucio: “Il principe si armonizza con l’altro ma non si confonde. In Cina c’è una forte identità culturale, dall’interlocutore ci si aspetta lo stesso”. Che non sia forse questa la più grande lezione del gigante asiatico?
(11 luglio 2012)







