The fighter di David O. Russel
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Gian Carlo Marchesini
Ridotto alla sostanza, The fighter è un film sulla condizione umana percepita come insopportabilmente misera, e sull’insopprimibile bisogno di riscatto che ne consegue. Al centro c’è una famiglia – mamma isterica dominante, papà debole e annaspante, genitori irlandesemente prolifici di nove figli, sette femmine e due maschi a scalpitarsi addosso insoddisfatti e inquieti- che vive nei suburbia incasinati e pessimi di una grande città americana. Il film è giocato tutto tra un "dentro" famigliare brulicante incestuose rivalità e incandescente voglia di riscatto, e un "fuori" sociale di deprivazione e miseria. Le dimensioni, ovviamente, si rincorrono e alimentano. Rimangono due possibili vie d’uscita: il ricorso al crack consolatorio dell’ eroina, oppure il rovesciare frustrazione e rabbia nella costruzione di una carriera pugilistica che garantisca soldi e gloria: picchiando con furia sul ring un avversario assunto come capro espiatorio eletto responsabile unico dei propri guai.
Il film la dice al proposito chiara: un bisogno di affermazione soggettiva diventa esplosiva se priva di sbocchi e insoddisfatta. Meno io divento ciò cui aspiro, più sono impedito nella mia ambizione di realizzazione e successo, e più rischio di diventare una sorta di ambulante bomba esplosiva. A quel punto, o rivolgo la bomba distruttiva contro di me, fumandomi crack dopo crack di eroina – o ingozzando alcol e nicotina – godendomela da pazzi ma trasformandomi in un rottame e in una miserabile latrina, o la rivolgo sul ring verso qualcun altro che mi consente – in termini di risarcimento e riscatto, picchiandolo e distruggendolo – una estrema ultima speranza. Nella realtà rappresentata nel film – solo del film? -, contraddizioni e frustrazioni hanno come teatro in cui manifestarsi e dilaniarsi il famigliare privato, oppure, in alternativa, il ring agonistico: ma non è anche così che si disinnesca l’aggressività di una bomba dalle potenzialità socialmente pericolose, impedendo che possa prendere coscienza e orientarsi verso un bersaglio simbolicamente e politicamente più pertinente e proprio?
The fighter è un film che mette in scena i torti e contorti casi della vita sotto specie di aggressività estrema, verso se stessi e verso gli altri, conseguenza del non essere capaci di trovare altra via di più pertinente e efficace uscita. Io sono e voglio diventare qualcuno. Se me lo impedite, scordatevi che io me ne stia zitto e buono. Vi garantisco che o mi distruggo, o distruggo qualcun altro. Questo scambio atroce, questo paradigma malsano, ci accompagnano evidentemente come storia umana così nel profondo e da così tanto tempo, che il film ne riceve grande ispirazione e giovamento, e si propone cinematograficamente persuasivo e ben giocato. Sembra dirci: ahimé, ragazzi, non c’è niente da fare, questa è la vita. Diverso e ancora più interessante forse il film sarebbe stato se più politicamente consapevole. Accennando per esempio a qualche collegamento tra la dimensione della lotta furiosa sul ring, o del dibattersi ciecamente nella rete asfissiante del conflitto intra famigliare, e una alternativa alla lunga più efficace della presa di coscienza della necessità, per affrancarsi ed emanciparsi , di una pratica sociale, collettiva e politica della lotta.
Superbe le interpretazioni dei due fratelli pugili: Christian Bale e Mark Wahlberg. Esci dalla visione del film, e dal racconto della loro storia, che te li senti vivi sotto pelle, affini e doloranti fratelli tuoi.






