CARAVANSERRAGLIO
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di Gian Carlo Marchesini
Sto qui, in un pomeriggio domenicale qualsiasi, a osservare impietrito le facce – ho prudentemente tolto il sonoro – di chi in una delle tante arene televisive è stato chiamato a commentare le avvilenti vicende dell’ennesima ondata di scandali e pettegolezzi – e soldi, e potere, e reati! – dopo Tangentopoli e Calciopoli: e cioè Vallettopoli. Eliminata la voce, le facce dei convitati incarnano splendidamente le nude maschere mediatiche che quelle persone sono diventate: contratte e stravolte, costrette in parti e ruoli sposati furbescamente a priori. Dibattito finto, pura recita mediatica. E a giudicare con piglio supponente, a sghignazzare, a interrompere volgarmente, a lanciarsi cachinni e insulti sono gli stessi personaggi, la stessa fauna che, della logica del circo mediatico che ha prodotto Vallettopoli, sono il frutto più marcio. Da veri campioni e sostenitori, se ne nutrono sfacciatamente e ne lucrano. Ma nel gruppo, quella con i labbroni sfacciatamente siliconati non si vanta da sempre di militare nella sinistra più progressista? E quello con l’aureola di capelli bianchi artisticamente scomposti e tocco vezzoso di sciarpa rossa al collo, quello che si compiace ostentatamente di aizzare la rissa, non è stato tra i fondatori, negli Anni Settanta, di una rivista dell’estrema sinistra? E non campano ora tutti come insetti parassiti dello stesso sistema che in passato dichiaravano di voler combattere, e che a un certo punto, girata l’aria o stufi di farlo, hanno pensato bene di servirlo per ricavarne il massimo personale vantaggio? E non è particolarmente disgustoso il dover prendere atto che le armi intellettuali e culturali, lo scilinguagnolo e la dialettica balistica (o ballistica?) che hanno costruito e affinato contro, serva ora loro per piegarlo disinvoltamente a proprio favore? Di quale capovolgimento orrendo, di quale mostruosa inversione sono immagine e incarnazione? E intanto, dentro l’arena di Domenica In è tutto un roteare frenetico di smancerie e occhiatacce, un esibire mimiche minacciose o posture seduttive, uno sciorinare toni melensi, un occupare spasmodico tempi e spazi, un continuo interrompersi cialtronesco e incivile, una reciproca mancanza di rispetto e di reale attenzione, una voglia di sopraffazione che gonfia i muscoli del collo e trasforma le parole in pallottole – ma, per carità, tutto per recita e finta, pronti a partecipare insieme al prossimo lautamente remunerato giro di giostra.
E noi cittadini contribuenti a pagare il conto e le spese… Una loro comparsata? Il nostro stipendio di un mese. Ma può essere mai che la vita vera sia considerata quella – fasulla – che ci propina la televisione? E che idea hanno della vita, quelli che la fanno – o che idea balorda vogliono far passare della vita? Ma non è il caso di spegnere per un po’ il frastuono di quell’elettrodomestico impazzito, di quel caravanserraglio di imbonitori, e mandarli tutti per un periodo a zappare in silenzio l’orto in convento? E approfittare del silenzio per riflettere, leggere, scambiarsi parola, cercare di capire?







Il blackout energetico sembra sia un’ottima cura contro la bulimia telemediatica!
Luigi Boschi