“Crea artista non parlare”
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Caro Ignazio
ma sei straordinario! come ti è passato tra le mani quel vecchio libro azzurrino, ormai esauritissimo (e anche nel mio ripostiglio)? Veramente ti ringrazio di questa attenzione così precisa e del tempo che mi hai dedicato.
Sicché sono andato a rileggermi quella introduzione dialogata e devo dire che mi sentirei di sottoscriverla ancora. La frase che tu indichi "Crea artista non parlare" è detta dal critico, ma è evidentemente adatta al creativo: il critico la dice soltanto per dimostrare che, quanto a citazioni, lui ne sa sempre una in più, anche nel campo dell’avversario. È chiaro che la posizione del critico (mio portavoce) è quella che, nel mentre si crea, si deve pensare il più possibile.
Ma vengo alla sostanza della tua lettera, che è il giudizio storico sulla neoavanguardia. Francamente il tuo verdetto mi pare troppo riduttivo. O almeno, diciamo così: per quanto mi riguarda (e non pretendo di convincere nessuno) quella esperienza è un punto-di-non-ritorno e precisamente per un discrimine decisivo, la scoperta che un testo non è uno spazio dove si esprime un essere, ma uno spazio linguistico costruito da un operatore, politicamente responsabile di quello che vi accade. Non mi pare che nessun altro gruppo o autore abbia messo a fuoco questo principio quanto il dibattito dentro e fuori il Gruppo 63. Quanto all’oggi, concordo pienamente con te che non si possa rimanere agli anni Sessanta, l’ideologia è cambiata, occorre trovare delle nuove soluzioni, ma – ripeto: per quanto mi riguarda – non abiurando a quel principio. Altrimenti ci restano la letteratura, la poesia, la narrativa, con le loro presunzioni-illusioni di esprimere alcunché, che a me sinceramente non interessano, mi annoiano, se devo dire la verità, per me non esistono.
Tu dici, nella lettera, che la neoavanguardia non ha avuto nessuna eco esterna: la cosa non è del tutto vera, ci sono varie pubblicazioni in lingua inglese uscite o in uscita, di recente ho partecipato a Los Angeles a un seminario sulla poesia sperimentale con molto interesse da parte dei dottorandi della West Coast. Inezie, d’accordo (ma quasi più interesse che in Italia). Ammetto, però, che sulla faccia di tutti i continenti letterari odierni (che sono tanti) quelle idee non si rintracciano da nessuna parte, ovunque si parla in termini di letteratura, poesia, narrativa. Dunque tutto il mondo globale avrebbe torto? Tu mi dirai di no, che non è possibile.
E però, quanto a me, non ho nessun problema a dichiararmi dalla parte dei perdenti della storia. Forse mi sono appoggiato e continuo ad appoggiarmi su un relitto che non può sostenermi. Forse sono già affondato da tempo insieme ad esso. Pazienza, non avevo altro da fare: tra 63 e 68 sono venuto fuori così…
Allora, mio caro Ignazio, acuto e implacabile lettore, grazie ancora della discussione e alla tua prossima trouvaille
Francesco






