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IL MALE NEL RAPPORTO UOMO NATURA

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O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai
Ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
 
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
 
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Leopardi[1]

  1. Il male nell’ambiente: un quadro di problemi.

Entrati nel terzo millennio, il quadro culturale che caratterizza le società del mondo occidentale, presenta aspetti stupendi e preoccupanti assieme.
Sono affascinanti i progressi operati dopo il ’60 principalmente dovuti alla ricaduta dei risultati della ricerca scientifica sullo sviluppo tecnologico, sui sistemi produttivi e sulla qualità fisica e culturale della vita quotidiana delle persone, sulla salute, sulla disponibilità di cibo, le comunicazioni, l’abitare, l’informazione.
E’ preoccupante, invece, lo sfrangiarsi di quel sistema organico di valori che aveva caratterizzato nei secoli la civiltà rurale e che, unitamente alla crisi delle ideologie e della stessa religione, ha lasciato nel sec. XX un vuoto di indirizzi etici, sostituiti da nuovi indirizzi culturali eclettici trasmessi e amplificati dai mezzi di comunicazione di massa e da innovativi sistemi di telecomunicazione.

La rapidità con cui si consuma ogni esperienza, non permette più di capire che il presente si arricchisce anche con le espressioni culturali di un passato in cui stanno le radici di ogni essere umano.

Assieme all’irrilevanza del tempo e della memoria, le due dimensioni, passato e futuro, sono quasi istintualmente considerate inutili raccordi con la realtà giungendo fino alla non accettazione di posizioni immutabili.[2]

Si è venuta affermando una generazione di adulti, di trenta-quantenni (denominata dai sociologi non generazione), rappresentanti di una modernità liquida[3], di padri e di madri essi stessi coinvolti in frequenti crisi dell’unione matrimoniale, assorbiti dal lavoro e con chiazze persistenti di giovanilismo. Uomini e donne che, in momenti di drammi, quasi incredule, si sono trovate incapaci di percepire linguaggi e di individuare bisogni esistenziali di figli adolescenti e giovani, che -anche se si persiste a chiamarli “normali”- in queste condizioni sociali possono scivolare nell’indifferentismo e in un cinismo destinato a sfociare via via in un nichilismo passivo.[4]

Natura e città, coinvolte nel disegno dell’armonia e della bellezza, caratteri fondanti della loro identità, sono state esse stesse aggredite dal male che si è espresso attraverso una cultura di distruzione della bellezza del paesaggio, di inquinamento e di compromissione della qualità del clima del pianeta: si sono alterate le rotte delle migrazioni degli uccelli, la cui dinamica era iscritta nel loro DNA, fino alla scomparsa di specie animali e vegetali; è decaduta la qualità dei processi che regolano la vita degli ecosistemi naturali, di foreste, di laghi, ecc. La città, nata come sistema di rapporti tra i suoi abitanti, investita da una perversa, crescente evanescenza delle relazioni personali, è scaduta in una identità frammentata incapace di animare una sostenibilità culturale e una progettualità del futuro.[5] [6]

Il male esiste in differenti e molteplici modalità ed è inutile far finta di non vederlo. All’origine vi è sempre una scelta tra i due corni del libero arbitrio: seguire un individualismo egoistico o una apertura alla propositività, alla bellezza, alla generosità e a quel principio di solidarietà che lega, pur con differenti indirizzi esistenziali, ogni vivente (vegetali, animali e persone umane) in un sistema di rapporti complesso e delicato assieme.

E’ il caso dello sfruttamento dell’acqua di un torrente quando vi si scaricano sostanze inquinanti che distruggono ogni specie di vita; questo quando si potrebbe evitare di produrle e se del caso smaltite attraverso idonei processi senza intaccare la qualità delle risorse idriche. Ma queste modalità alternative, possono essere sviluppate attraverso la promozione di una diffusa cultura, di una qualità ambientale intesa come patrimonio collettivo di cui avere cura. In realtà questo obiettivo non è perseguito causa comportamenti che tendono a un profitto economico massimo che non tiene conto della sostenibilità ambientale espressione questa dei limiti naturali dei sistemi ambientali. In tal modo si recano danni alla natura e alle stesse persone umane.

Non si dispone ancora di un’etica ambientale diffusa, capace di arricchire l’attuale cultura a indirizzo tecnologico, con senso di responsabilità verso le generazioni future.[7]

In questa situazione culturale con i suoi lati positivi e i suoi risvolti negativi si è infiltrata la globalizzazione, quel processo rivoluzionario che sta cambiando radicalmente aspetti consolidati della nostra cultura.[8][9]

Nella misura in cui gli effetti della omogeneizzazione prodotti dalla globalizzazione diventano sempre più consistenti, questi cambiamenti creano qualcosa che non è mai esistito prima, cioè una società globale cosmopolita: noi siamo la prima generazione a vivere in questa società, i contorni della quale riusciamo a distinguere a mala pena.[10]

 
 
 
L’ambiente: una realtà tra natura e cultura

Dalla rapida analisi sopra tracciata, emerge, come in filigrana, il contenuto del tema “il male nel rapporto tra natura e cultura” ed ecco perché la lotta contro il male richiede che ci si formino idee chiare sulla dinamica del funzionamento dei sistemi ambientali, come di un quartiere, della città, e che si ponga attenzione alle conseguenze negative di interventi dissennati sull’ambiente.

Parlando di ambiente è realistico approfondire la distinzione tra ambiente naturale (la natura) e l’ambiente umano (esempio ne è la città) e riflettere sul rapporto sia tra esseri umani e ambiente, come tra natura e cultura e alle molteplici culture che nel corso della sua storia gli esseri umani hanno elaborato e con le quali hanno gestito il proprio quadro di vita.

Con questa complessa rete di rapporti si intreccia il problema del male e delle sue molteplici espressioni.
 
La realtà dell’ambiente
L’ambiente come noi lo percepiamo è il risultato finale di una vicenda durata migliaia di anni, nella quale è possibile individuare tre fasi: l’ambiente primitivo abiotico, l’ambiente naturale, l’ambiente umano.

L’ambiente primitivo abiotico

La vita è comparsa nel globo terrestre quasi 5 miliardi di anni fa, con una primitiva atmosfera riducente, grazie alla presenza di un certo sistema di fattori fisici (temperatura, radiazione ultravioletta) e chimici (atmosfera riducente) fino alla formazione del DNA. Già questo fatto evidenzia l’importanza strategica dell’ambiente in rapporto ai viventi: piante, animali, microrganismi.

La natura

Una volta originate, le prime forme di vita hanno avviato un rapporto dialettico con i fattori chimici e fisici presenti nel loro contesto ambientale formando con essi una unità funzionale. Gli organismi, operando, hanno modificato l’ambiente e questo, così modificato, ha “costretto” gli organismi stessi ad adattarsi alle nuove condizioni che si erano venute creando nel relativo quadro di vita. Di qui ha tratto origine la sequenza dei livelli di organizzazione dei viventi a complessità crescente che, semplificando, possono essere individuati in macromolecole (DNA), cellule, individui, popolazioni di individui, comunità di popolazioni, ecosistemi, biomi, biosfera.[11]

-Ogni livello di integrazione dalla cellula, ad una persona umana, a un lago, alla biosfera, presenta:
·        una propria struttura con componenti e fattori, un proprio funzionamento, costituito dai processi, una propria vicenda temporale che può trovarsi in una condizione normale e alterata;
·        un ambiente interno e un ambiente esterno:
-l’ambiente interno di ogni livello di organizzazione, dalla cellula alla biosfera, è costituito dai fattori che ne formano la struttura (la struttura di un bosco, ad esempio, è data da fattori chimici, fisici, biologici e, se c’è presenza umana, anche culturali). Nel bosco, che è una realtà viva e complessa, questi fattori non sono uno vicino all’altro.[12]. Nella realtà questi fattori sono ognuno in rapporto con tutti gli altri e da questo sinergismo si organizzano i processi del funzionamento della vita, degli ecosistemi (cicli dei materiali quali azoto, fosforo, ecc che entrano nella costituzione della materia vivente, flusso dell’energia, meccanismi omeostatici, fisici, chimici e demografici, che mantengono in equilibrio i rapporti tra piante, animali, microrganismi, favorendo il mantenimento della qualità della vita entro gli ecosistemi ambientali che sono realtà vive, fragili e complesse ad esempio un bosco o un lago).
Se si incide su una data popolazione di erbivori, in questi ecosistemi, viene turbato l’equilibrio generale della catena alimentare e questa operazione si riverbera su tutto il sistema e si abbassa la qualità della vita.[13]

L’ecosistema rappresenta il livello di organizzazione della vita sul pianeta nel quale –nonostante la sua complessità- meglio di ogni altro è possibile studiare i processi del funzionamento della natura (fig. 1a e b).

I processi del funzionamento degli ecosistemi naturali sono regolati dalle leggi che presiedono alla catena alimentare. Un esempio: ogni specie che entra per la prima volta a far parte della biocenosi di un bosco è aggregata in modo deterministico in una catena alimentare alla base della quale opera il rapporto preda – predatore. [14] [15]

 
Nessun vivente si realizza in isolamento, ma confrontandosi con quel complesso di condizioni fisiche, chimiche, biologiche e, se del caso, culturali, nel quale si trova a vivere un individuo, una popolazione, una comunità e che ne costituiscono l’ambiente esterno.

Non è possibile, di conseguenza, tracciare una linea di confine tra un organismo vivente e il suo quadro esterno di vita. Isolare un organismo vivente dal suo ambiente esterno può essere utile quando se ne voglia studiare la struttura, ma ci si accorge dell’inscindibilità di questi due fattori appena si avvia lo studio della dinamica dei processi del funzionamento di un sistema vivente.

Un poeta, F. Thompson, ha scritto:

“Tutte le cose sono legate da legami invisibili, non si può strappare un fiore senza turbare una stella.”

 

I viventi sono diventati i più importanti modificatori dei fattori fisici e chimici della terra primitiva.

Con la comparsa dei viventi è nata la realtà della natura. A ragione si dice che vegetali, animali, microrganismi, sono stati, e sono tutt’ora, la chiave di volta del funzionamento dell’ambiente naturale.

3. L’ambiente umano
L’umanità, entrando nello scenario della natura, vi ha recato un nuovo fattore: la cultura.
Per cultura si intende quel sistema di espressioni sociali, etiche, politiche, religiose, con cui una persona umana che fa parte di un gruppo, e il gruppo stesso, elaborano la propria identità con cui viene identificata nel suo ambiente esterno.

L’indirizzo culturale di un individuo (o di un gruppo umano) è espresso dall’intenzionalità che esso esprime nella gestione del sistema di fattori abiotici e biotici (i processi ecologici) e degli ecosistemi (es: un bosco, un lago, un quartiere di una città, un paese, ecc) che costituiscono l’ambiente del relativo quadro di vita.

Gli esseri umani sono inseriti nella natura, cioè fanno parte di catene della rete alimentare presente in un dato ecosistema (è facile constatare la presenza di naturalità nelle persone umane, ad esempio nei processi della digestione, della respirazione, della riproduzione biologica).

Ma gli esseri umani emergono dalla natura perché posseggono la consapevolezza che hanno di se stessi e del rapporto che intrattengono con l’ambiente naturale e con i segni della cultura del territorio in cui vivono.

All’interno della catena alimentare, vegetali, animali, microrganismi seguono le leggi del funzionamento della natura in modo ampiamente deterministico: essi nascono con un progetto correlato con la loro specie e giocano un ruolo ben caratterizzato nella catena e rete alimentare dell’ecosistema a cui appartengono (ne è caso significativo la struttura demografica e relativo compito sociale delle termiti nella costruzione e gestione del termitaio).

Gli esseri umani, invece, hanno acquisito consapevolezza nella gestione di sé e dell’ambiente che li circonda e nel corso del lungo processo della loro evoluzione hanno elaborato la capacità di formulare progetti originali per liberarsi dai determinismi ambientali. L’evoluzione della psiche umana parte da una iniziale immersione nella natura,[16] cui fa seguito un graduale emergere in consapevolezza di sé e del proprio ambiente, acquisita tramite la cultura di cui l’educazione e la formazione sono due vettori di straordinaria importanza. Questo percorso verso la consapevolezza non pone gli esseri umani fuori e sopra la natura (come normalmente si ritiene), ma li rende responsabili della gestione di sé e del proprio contesto ambientale, secondo un progetto di vita che ogni persona, colta o incolta che sia, è sollecitata a individuare e a perseguire.

Percezione dell’appartenenza, dell’emergenza, della consapevolezza e della responsabilità, rappresentano alcuni tra i fondamenti più importanti di una nuova etica ambientale.

A proposito di etica occorre formulare una sintetica annotazione sulle etiche a indirizzo naturalistico, che sostengono che le basi dell’etica umana si debbano ritrovare nella dinamica dei processi naturali. In realtà se si accettasse questa tesi di pura e semplice copiatura dei comportamenti degli animali come base dell’etica ambientale, senza alcuna mediazione culturale, ci si troverebbe a vivere su un piano istintuale ricuperando la legge dell’homo homini lupus di Hobbes.

Diventa importante l’Educazione ambientale il cui obiettivo è duplice:

–                     stimolare gli individui a sviluppare una percezione critica e propositiva della propria identità di persona consapevole, responsabile e libera;

–                     realizzare una gestione sostenibile da un punto di vista ecologico, sociale ed economico, eticamente corretta, dei processi e dei sistemi ambientali naturali ed umani presenti nel relativo contesto territoriale avviato ad entrare nel villaggio globale.[17]

 

Antropocentrismo e biocentrismo

Il biocentrismo e l’antropocentrismo rappresentano due noti indirizzi relativi al tipo di presenza degli esseri umani nel contesto naturale.

Ambedue queste teorie contengono in realtà un aspetto positivo: gli esseri umani sono inseriti nella natura (biocentrismo); gli esseri umani emergono dalla natura (antropocentrismo).

Ma questi due aspetti non possono essere proposti in isolamento l’uno dall’altro.[18] Gli esseri umani non sono né un cancro del pianeta (distruzioni biodiversità, cambiamenti climatici, distruzione della diversità culturale ecc) e neanche angeli. Gli esseri umani hanno un comportamento ambiguo: possono distruggere o possono arricchire la natura. E questo fa scoprire il profondo significato dell’importanza personale e sociale dell’Educazione ambientale nel rispetto del gioco delle persone umane nella natura, a contatto con la bellezza e con l’armonia, ma anche nella consapevolezza e nella responsabilità dei rapporti interpersonali. [19]

Purtroppo ancora oggi non vi è chiarezza fra l’ inserzione ed emergenza dell’umanità nel contesto della natura.

 

  1. Il male in questo quadro di natura e di cultura

                                                                        Là dove noi vediamo l’avvenire, l’animale vede il tutto
                                                                        se stesso nel tutto, custodito per sempre
 

Il poeta Rilke in questi due splendidi versi ha descritto il diverso fluire della vita animale e della vita umana ed ha constatato che gli animali e le piante giacciono protetti dalla dinamica dello stesso sistema bioecologico a cui appartengono.[20] Gli esseri umani, invece, posseggono una eredità genetica (genotipo), ma la loro identità (fenotipo) emerge dalla interazione tra il contesto ambientale e la consapevolezza che costituisce il differenziale con il regno animale. Attraverso questo percorso la persona umana percepisce il proprio ambiente interno negli aspetti della gioia e in quelli del dolore e ancora prende contatto con l’ambiente esterno con il quale si adatta, in minima parte, con modificazioni biologiche e nella massima parte con adattamenti culturali.

Ma è percezione comune che le persone non possono elevarsi a una visione etica della vita senza provarne una certa angoscia. Questa angoscia, destino degli esseri umani, è per sé feconda perché è un richiamo all’azione che ne favorirà il superamento, forgiando una identità adulta a chi non l’ha ancora se non in prospettiva, a chi cioè non sa quale forma dare a un avvenire che si apre davanti a lui: sa che deve agire ma non sa cosa deve fare.

In ogni caso la scelta della strada che una persona prenderà non dovrebbe essere un compromesso, ma una messa in comunione di valori in accordo con tutti gli altri uomini per costruire assieme un minimo accettabile per tutti, quasi una emersione di ciò che vi è di più ricco e di più essenziale dentro a ogni essere umano, in particolare la distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male e altri concetti, valori e conoscenze che rendono gli esseri umani differenti dagli animali.

Questo è il dramma etico di chi, persona umana, vive oggi in una società percorsa da una trasformazione radicale in cui diventano sempre più evanescenti i rapporti tra il bene e il male.
Con l’aggravante che ogni persona si trova oggi davanti a un vuoto di progetto etico dopo che negli anni ’50-’60 quello proposto dalla società rurale si è disciolto come neve al sole.
 
Le specie non umane provano dolore?

Parlando in termini antropomorfici la percezione che potrebbe essere avvertita da un bruco nel corso dei passaggi dei vari stadi del proprio sviluppo iscritto nel suo DNA fino ad arrivare all’insetto perfetto è ben figurata nel seguente brano:

Chissà se il bruco, quando sente che la veste ormai consueta non si addice più e che tutto ciò che aveva creduto fino a quel momento perde progressivamente di significato, è consapevole della rivoluzione che lo aspetta; chissà se quando si richiude temporaneamente su se stesso nell’oscurità del suo bozzolo, in preda alla confusione e forse anche alla disperazione , si accorge che il caos in cui è immerso è in realtà una totale riorganizzazione a livello strutturale e funzionale della sua vecchia forma. Da qui riemergerà con una nuova veste, una nuova vita, una nuova concezione del mondo.”[21]
 
Il dolore è una percezione intima e non c’è dubbio che anche un animale provi dolore verso uno stimolo che anche per noi è dolorifico. E’ questo un caso di inferenza ragionevole.

Esistono tre elementi distinti sulla base dei quali si può ritenere che gli animali possano provare dolore: il loro comportamento, la natura dello loro sistema nervoso e l’utilità evolutiva del dolore.

Anche tra gli animali vi sono indizi di depressione che, come ha osservato l’etologo Mainardi –è una malattia che nasce da una sorte di discordanza di fase tra l’evoluzione biologica e quella culturale.[22]

Gli animali avvertono indubbiamente il dolore fisico e percepiscono il rischio di vita. Essi avvertono l’angoscia, il terrore nell’anticamera del mattatoio, sentendo l’urlo degli altri animali moribondi della stessa specie e l’odore del sangue dei loro compagni. Lo stesso avviene quando è loro imposto il grido di morte amplificato da altoparlanti perché fuggano da un dato posto, ecc. Le specie animali percepiscono come deprivazione una mancanza umana causata dalla morte di una persona che aveva assicurato loro cibo e rifugio fino a lasciarsi morire sulla sua tomba.

Gli animali soffrono anche quando sono messi a vivere in sistemi di ambienti alterati dalla cultura umana (inquinamento chimico, fisico, distruzioni di specie animali e vegetali che causano la alterazione delle relative catene alimentari).[23]
Ma parlando in modo antropologico esiste una percezione della prevenzione che ogni animale avverte di fronte al proprio predatore. Ogni animale, infatti, in natura, fa parte di una catena alimentare e la legge che regola i rapporti tra le varie specie che la costituiscono è quella della preda – predatore. Un processo che sta alla base del flusso dell’energia e della circolazione della materia come anche dei processi omeostatici che regolano il corretto funzionamento di tutta la dinamica di ogni ecosistema. Ne sono esempio tutte le modalità di mimetismo che le specie animali hanno elaborato nel corso della loro evoluzione per sfuggire ai propri predatori.

Francesco d’Assisi nel Cantico delle Creature ha chiamato fratelli e sorelle piante, animali e le persone umane, assieme ai quali si va a Dio. In ciò ha percepito quanto gli studi ecologici avrebbero detto rispetto alla catena alimentare degli animali e nel caso degli ecosistemi umani anche delle persone umane presenti in essi.[24]

Nelle persone umane la consapevolezza di sé e dell’ambiente in cui vivono ha sviluppato la capacità di prevedere speranze o ambizioni e di conseguenza di realizzare un piano di attività teso al futuro e a sviluppare relazioni con gli altri. Ciò che non avviene negli animali.

Una voce dissonante nel coro è stata proposta dai ricercatori che hanno abbracciato gli indirizzi del Movimento della liberazione degli animali[25]

 
Gli esseri umani di fronte al male
 

Nelle persone umane l’attenzione alla percezione del benessere e del male si sposta dalla specie verso l’individuo che naturalmente entra a far parte di una comunità con la propria identità, una propria consapevolezza e proprie sensazioni, fisiche, fisiologiche e comportamentali modificando, se del caso, con interventi culturali, le manifestazioni durante il percorso dei suoi giorni.

La percezione del male è propria dell’identità degli esseri umani che la avvertono come una sottrazione di un caratteristica dovuta alla loro identità di essere consapevoli e dunque responsabili di sé e del proprio ambiente. Vi è un male fisico causato da sofferenze quale è, ad esempio, la malattia, e vi è un male morale che riguarda sia lo scarto che la persona percepisce da etiche condivise, sia il riflesso di mali fisici o morali di cui si sente responsabile o che ha ricevuto da altri.

Pascal ha scritto:

“L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’Universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, è la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla”.[26]

 

L’identità degli esseri umani ha subito soprattutto nell’ultimo secolo un forte sviluppo scientifico e tecnologico che ha permesso loro di raggiungere mete che non avrebbero mai immaginato di raggiungere. Ma ciò impone loro una dispersione impensabile per chi viveva nella vecchia civiltà rurale. E mentre le conoscenze sull’uomo si accrescono in modo prodigioso, l’esperienza quotidiana, che percorre soprattutto l’identità di adolescenti e di giovani, evidenzia difficoltà a riconoscere che la conoscenza dell’uomo è a loro come rifiutata e ciò nel momento in cui a loro pare stia sfuggendo il senso della esistenza.

Conoscendo la dinamica socio-culturale che percorre l’ambiente umano oggi, si possono intravedere i motivi che si frappongono a una presa di coscienza di un libero e dinamico comportamento etico.[27] Se nessun obiettivo viene proposto per l’avvenire che si apre alle persone, se l’angoscia non viene risolta attraverso un operare accordato con i principi etici, se i rapporti segnati dall’amore si vanificano, non resta all’uomo che cadere nella depressione o, attraverso la forza di dignità che gli rimane, nascondere la realtà profonda della sua identità che si svela morendo.

Sta diventando sempre più evidente che, tendenzialmente, le persone umane, in assenza di una percezione operativa propositiva della propria identità di esseri umani liberi e responsabili, si abbandonano a ciò che vive ancora in loro di animalità, intendendo con questo termine il ritiro in un comportamento borderline con la consapevolezza del proprio fallimento nella gestione responsabile delle loro capacità.

Tra gli animali, ha scritto Victor Hugo, non avviene mai che una creatura nata colomba possa diventare un falco. Ciò che avviene invece negli esseri umani. E questo comportamento si manifesta attraverso una violenza, che è espressione di odio, di razzismo, di una sessualità sganciata dall’amore e ridotta a erotismo senza affettività, verso una ricerca ostinata quasi istintuale di una esistenza che cerca modelli per la propria identità all’esterno di sé, nel denaro, nella velocità, nel potere dominio a cui è alieno qualsiasi riferimento alla fedeltà a quella legge insita nello spirito umano che rivela il senso e la sua dignità della vita con lo stesso stupore kantiano di un cielo stellato.

Il clima di banalizzazione del male proposto da una cultura consumistica che genera ricchezze, ma non valori, da una tecnica e da una economia che spingono verso una vita sempre più complessa e artificiale, dall’intervento di mezzi di comunicazione di massa sempre più pervasivi, generano una situazione in cui le persone difficilmente sorpassano una percezione di solitudine, una insoddisfazione nel profondo della quale si viene insinuando l’incertezza di distinguere tra il bene e il male. E’ questo quel sentimento di angoscia che porta una persona a regredire nel grado di umanità trascurando quella consapevolezza e quel senso di responsabilità in cui consiste, a ben vedere, l’esercizio del libero arbitrio degli esseri umani e da cui emerge la differenza delle persone rispetto a tutte le altre specie animali e vegetali che abitano il pianeta.

Un notevole rilievo assume il confronto riguardo alla scansione del tempo presente negli animali e nella percezione umana. Le specie animali pare vivano solo in un presente che è sequenza di attimi e ciò per tutta la durata della loro esistenza.[28]

Se le persone umane vivessero come gli animali solo nel presente ne sarebbe visibilmente ridotta la libertà che resterebbe determinata unicamente dagli stimoli esterni, schiacciata da essi fino a ridurre la percezione della differenza tra il bene e il male.

Se l’identità di persone consapevoli è consegnata a un nichilismo passivo ciascuno resterebbe irretito in una irresponsabilità individuale che potrebbe sfociare in un totalitarismo senza neppure il bisogno di recuperare brani di ideologie. Ma anche quando una persona percepisse un’apertura all’avvenire, fatta di immaginazione, di intuizioni, ma senza certezze e senza una capacità di distinguere tra bene e male, si attarderebbe su posizioni di rendita senza strumenti per guardare realisticamente al futuro. Abbandonato dalle Istituzioni, divenute autoreferenziali, dimentico di amicizie e della famiglia, rotte le relazioni, il mondo gli apparirebbe costantemente sotto la forma del vuoto e della noia, fino a naufragare in una certa percezione del nulla.[29] Forse è necessario che sia così perché si possa manifestare il nuovo in modo del tutto evidente con quella dinamica esistenziale di fondo attraverso cui le persone si rendano convinte che occorre far ritorno a valori e a una coscienza di sé e del mondo che ci circonda per risolvere la crisi che ne lacera l’esistenza.

Negli ultimi decenni alcuni tratti di una nuova fisionomia che percorre una società già multiculturale, ma solo di recente avviata alla multietnicità e alla multireligiosità, sembrano evidenziare, soprattutto in una fascia di adolescenti e di giovani, una particolare sensibilità a individuare la radice della loro identità e sviluppare il senso di appartenenza al territorio. In mezzo a tante espressioni negative questi tentativi rappresentano un messaggio, forse ancora tenue, che si apre alla speranza.
Sembrano i primi accenni dell’alba di una nuova civiltà che emerge da una cultura pervasa da un tecnicismo nel quale è assente la distinzione tra il bene e il male, verso un recupero di valori che potrebbe gettare le fondamenta di una nuova civiltà.
Occorre approfondire il significato di questi aspetti per capire se si tratta di una fase emotiva, di una moda oppure dell’avvio di una linea di tendenza, anche se timida, quasi di una reazione dei giovani tesa alla riappropriazione dei contorni della propria realtà umana e della memoria di un patrimonio naturale e dei beni culturali, testimonianze dell’identità della città e del relativo territorio.[30]
In un manifesto, come premessa ad un progetto di Educazione alla memoria, è stato scritto: “Una persona senza la capacità di comprendere il passato e senza una struttura per raccontare la propria storia -è stato detto- sarà alla mercè di chiunque decida quali debbano essere le opzioni fra cui dover scegliere. E’ il quadro apparentemente semplice e attraente di una relazione più diretta fra gli individui e il governo, il modello del “pulsante da schiacciare”, un contratto che può essere onorato dalla pronta consegna di ciò che il consumatore ordina, non è l’ideale della vita democratica, ma la sua parodia”.[31]

Carlo Maria Martini: “Noi siamo a una svolta della civiltà occidentale e della civiltà mondiale in cui l’avvenire sarà nella chiarezza delle coscienze. Il futuro del mondo è nell’interiorità, poiché tutte le decisioni umane saranno prese a partire da scelte sempre più coscienti e capaci di programmare il futuro; la sorte di questo futuro sarà proprio nella coscienza, nell’interiorità, nella capacità di riconoscere il valore”.

Prof. Antonio Moroni
Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei XL)


[1] Leopardi, G. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.  I Classici del pensiero italiano. Biblioteca Treccani 3: 107 2006 Milano

[2] Fukujama, F. 1992. La fine della storia dell’ultimo uomo. Rizzoli. Milano

[3] Bauman, Z 2005. Modernità liquida. Laterza. Bari

[4] Ash, A. Thrift, N 2005Città, ripensare la dimensione urbana. Il Mulino. Bologna

[5] Zucconi, G. 2004. La città dell’800. Laterza. Bari

[6] Secchi, B. 2005. Le città del ventesimo secolo. Laterza. Bari

[7] Singer P. 2002 One World. L’etica della globalizzazione. Einaudi. Torino

[8] Mc Luhan 1998 Media e nuova educazione. Metodo della docenza nel villaggio globale. Armando. Roma

[9] Pierrot 2001 Le ambiguità della globalizzazione Concilium 375: 21-30

[10] Dahrendorf R. 2003 Far quadrare il cerchio, benessere economico, coesione sociale, libertà politica. Laterza Bari

[11] Questi livelli di organizzazione, a complessità crescente, hanno tutti alcuni caratteri in comune:

-ogni livello organizza in modo interattivo i fattori e i processi di un livello precedente in un tutto funzionante dal quale emergono strutture e qualità nuove. Si pensi a due esempi:

·         In campo chimico, idrogeno e ossigeno danno acqua la cui molecola presenta una struttura e qualità nuove rispetto ai due gas dall’interazione dei quali essa è stata originata;

·         In campo biologico le popolazioni che sono altrettanti sistemi individui: tassi di crescita, di mortalità ecc., aspetti che non hanno riscontro nei singoli individui che le costituiscono.

[12] Non sembri superflua questa sottolineatura, perché se si ha dimestichezza con la cultura dei ragazzi delle scuole e con i criteri di gestione da parte dei decisori, delle pubbliche amministrazioni, ecc. si trova che la cultura della separatezza è dominante.

[13] Questa è la realtà dell’ambiente interno di un sistema naturale, di una persona, di una città. La conseguenza: che dire dell’espressione: “a me l’ambiente non interessa!”; oppure come valutare i contenuti culturali e metodologici con i quali sono organizzati gli interventi umani su un sistema naturale o su un ambiente umano senza conoscere gli effetti a lungo termine di un intervento (si pensi, ad esempio, ai cibi transgenici intraspecie, ai gas di scarico).

A questo proposito, quando si è chiamati a realizzare o ad analizzare certi progetti per l’ambiente occorre preliminarmente chiedersi: che cultura d’ambiente ci sta sotto: sistemica o settoriale?

[14] Conseguenze nefaste della rottura culturale di equilibri naturali e degli stessi ambienti umani sono indicati in una recente pubblicazione relativa a una ricerca sull’attuale rapporto sessi in Cina. Come si ricorderà alcuni decenni fa vi fu in Cina una campagna per la soppressione delle bambine appena nate. Oggi in Cina i maschi si trovano in un numero sovrabbondante rispetto alle donne e potrebbero essere destinati al celibato.

[15] Fattori geologici, chimici e metereologici costituenti la parte abiotica dell’ambiente possono scatenarsi in una furia improvvisa –è il caso del modello Tzunami- suscitando cataclismi geologici di enorme portata che possono coinvolgere parti anche ampie del pianeta. Nel corso di questi cambiamenti improvvisi scompaiono flore, faune, specie animali e subiscono notevoli danni anche le stesse popolazioni umane.

[16] A differenza degli animali, in sostanza, ogni essere umano nascendo deve incominciare dal nulla la costruzione culturale della sua identità.

[17] Mc Luhan. 1998. Media e nuova educazione. Metodo della docenza nel villaggio globale. Armando. Roma

[18] Bauman, Z. 2003. Una nuova condizione umana. Vita e pensiero. Milano

[19] Una parola sul lavoro: l’uomo deve lavorare la terra, deve usare le risorse naturali per la sua sussistenza e per il miglioramento della qualità della sua vita. Quali limiti? Non intaccare i processi ecologici che assicurano il funzionamento dei sistemi ambientali naturali.

[20] Rilke R.M. 1875-1926. (ed.1978) L’ottava elegia di Duino. Einaudi, Torino
 

[21] Nel linguaggio popolare si dice che la natura fa il suo corso.

[22] Mainardi. D. 2006 Nella mente degli animali. Cairo editore. L’evoluzione biologica è troppo lenta per tenere il passo con quella culturale. I disadattamenti che affliggono sia gli uomini, sia gli animali dipendono quasi esclusivamente da una cultura non consapevole di questa verità e la depressione, che sempre più affligge sia uomini sia animali urbanizzati, ne è un’ulteriore riprova… La depressione è un prodotto della vita attuale, che sempre meno si addice alle attese di specie che l’evoluzione biologica ha costruito, sui tempi lunghissimi, per una vita diversa, un altro ambiente, ma che il progredire dell’evoluziome culturale pone ormai, sempre più, in un ambiente in cui quelle attese vengono frustrate. La depressione, in definitiva, non è che l’effetto di uno piazzamento, di un disadattamento.

[23] C’è incertezza tra gli studiosi se anche le piante abbiano una sensibilità sul tipo di quella animale e quindi soffrano nell’essere sradicate, oltre che soffrire per mancanza di acqua ecc. Si è accennato sopra in base ai quali gli animali provino dolore. Ora nessuno di essi fornisce secondo i ricercatori alcun motivo di pensare che le piante provino dolore. In assenza di risultati sperimentali che abbiano credibilità scientifica non vi è alcun comportamento osservabile che suggerisca la presenza di dolore. Per tanto la credenza che le piante avertano dolore sembra essere del tutto ingiustificata.

[24] Per completare il rapporto tra persone umane, le piante, gli animali, il clima ecc, non si può non accennare a Francesco d’Assisi che nel Cantico delle creature ha chiamato fratelli e sorelle realtà viventi quali sono le persone, ma anche i vegetali e gli animali, e insieme si va a Dio. In ciò ha percepito quanto gli studi ecologici avrebbero detto rispetto alla partecipazione di tutte queste creature alle catene alimentari. La proposta di Francesco d’Assisi racchiusa nel Cantico delle Creature ha subito una correzione da parte di Roberto Bellarmino maestro generale dell’Ordine Francescano che l’ha rivisitato nel suo testo Itinerarium mentis in Deum: attraverso le cose si va a Dio. Il comportamento cioè è radicale, le cose ridiventano cose. Le idee di Francesco attraverso i secoli e attraverso varie espressioni: Leonardo nel Rinascimento, Kant nell’Illuminismo; fino ai giorni nostri hanno avuto un suo riconoscimento. In generale si sono incrociate varie teorie fino al Movimento della liberazione animale (1975).

[25] Singer, P. 2003 Liberazione animale. Net. Milano.

[26] Pascal, B. (ed 1962) Pensieri. Einaudi. Torino

[27] Giddens, A. 2000. Il mondo che cambia. Il Mulino. Bologna

[28] Il tempo ha subito attraverso cultura e tecnologia una forte artificializzazione che ne ha modificato l’azione, sopprimendo in pratica nelle giovani generazioni la memoria (il passato) e cancellando ogni responsabilità verso il futuro. Oggi per molti giovani (ma non tutti, ci sono molti giovani impegnati nel volontariato della memoria) sembra abbia solo valore il presente espresso da un progetto di vita che molto spesso non oltrepassa le 24 ore. Il contributo dell’Educazione ambientale al recupero delle tre dimensioni del tempo: passato, presente, futuro può essere favorito nella scuola attraverso lo studio dei ritmi della natura, mentre nell’extrascuola dalla ricerca delle proprie radici, dal pensare al futuro con la cultura della sostenibilità e con la promozione di una sensibilità etica individuale e collettiva. 

[29] Pare di sperimentare lo stile di vita che ha caratterizzato la decadenza dell’ultima fase della storia dell’Impero Romano, non più sacro, né laico, ma solo allo sbando nella totale dissolutezza.

[30] Pozzi. C. 2003 –Ibridazioni architettura e natura. Moltemi. Roma

[31] Williams R. 2003 La democrazia e le domande scomode. Il Regno 48, 918. Bologna