Logica ed Idea sono il non senso dell’universo
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Caro Ignazio,
anch’io leggo, ma dal mio abbecedario, da quel mio manuale scolastico che i miei vecchi maestri mi imponevano di leggere e di studiare, senza scomodare Hegel o altro. Oggi non me ne lamento, anzi ne sono a loro grato.
Sempre in quei manuali si racconta di come la figura dell’artista s’andava trasformando e come la Sua posizione si confrontava nel Fare Arte. Mi par di ricordare che si passò da un fare meccanico ad un Fare liberale e che per alcun motivo ciò turbò il loro animo, ma ne trassero beneficio da destinare al proprio modo di essere. La loro importanza nella Storia, così come altri si erano sforzati, per loro tornaconto, di servirsene per se stessi, fu quel trovarsi a tu per tu con Natura e Storia.
Ben altra sorte, ricordo, ebbero invece gli "storici". Quest’ultimi non di teoria né di pratica trattavano, ma di vicende artistiche a loro volta legate ad artisti.
Che il critico del ’60 raccomandi: "Crea, artista, non parlare" , specialmente se lo si fa a vanvera, può essere servito a farlo sentire meno solo, dal momento che la solitudine continua ad essere accompagnata dalle sue parole.
Che l’anno del "parlare a vanvera" sia quello della pubblicazione del 1982, nel 2008 o di oggi 2009, poco importa. Per il critico, il Tempo non si coniuga con lo Spazio. Quel Tempo così fatto non gli appartiene, ed è Punto che chiude la curva del suo tempo su stesso, l’accartoccia e non si espande.
Al critico l’Artista non dirà mai: "scrivi, critico, non fare". Al contrario, l’Artista si prenderà il Lusso di essere anche lui Punto, ma della sfera nella quale ci fa entrare chi vuole, viaggerà nello Spazio e nel Tempo e non avrà bisogno di filosofie scritte nè di religioni più o meno imposte; gli sarà sufficiente conoscerle.
E’ lui, l’Artista e non la filosofia, ad essere in espansione sempre e comunque.
In una società globalizzata, non solo nelle non più differenze di razza (bruttissima parola), ma anche della cultura, parlare di egemonie è sì anacronistico.
Delle avanguardie, non delle storiche, ma di ciò che, come tu dici, è potenziale e lugubre rituale o pire accese per streghe di giornata, se vere avanguardie, queste cambieranno nome, si chiameranno di volta in volta processi neocritici, apodittici, profetici o per raggiungere il massimo della diversità, neoavanguardie.
Come vedi, per ritornare al mio caro e vecchio vezzo: esiste un’anima rivoluzionaria nell’avanguardia, caro Ignazio, nel rispettare le tue giuste rimostranze, mi par doveroso precisare che, così come fu nel 1982, non di semplici …"cuochi che non potevano non essere che i critici di un tempo e i neocritici aggregatisi attorno a Il Verri di Luciano Anceschi", si tratta, ma di ben altro, e sai a cosa mi riferisco, quel "molto rumore per nulla", fu rumore e, sebbene pochi lo ascoltarono, fu comunque fastidioso per i molti. Ergo, per tutti. Se oggi continuo a ripetere: " esiste un’anima rivoluzionaria nell’avanguardia" è per stanare i "custodi gelosi", gli "interpreti frettolosi", i "restauratori o i padri di false rivoluzioni". Voglio utilizzare una frase di Raymond Queneau: " Gli scrittori oulipiani sono topi che costruiscono da sé il labirinto da cui si propongono di uscire". Attendo nel mio labirinto per "cancellarmi, o trasformarmi in altro da sé". Di universale esiste, per me… solo?: "Logica ed Idea sono il non senso dell’universo".
Francesco Pasca






