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IN VIAGGIO

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Anna Boschi

Il treno era fermo in stazione, pronto a ripartire alle 14,25. 

Enrica si affrettò. Era scesa a Torino dal treno proveniente da Bologna e uno spuntino al bar l’aveva un po’ ricaricata. Stava andando ad un importante convegno sull’arte ed avrebbe incontrato persone con le quali era in contatto da tempo, ma che non aveva mai  conosciuto  personalmente. 

"L’e-mail, il telefono, la posta", pensò ,sono tutti mezzi importanti per comunicare, ma non avrebbero mai potuto sostituire il piacere di incontrarsi personalmente.
Salì sul treno e trovò posto in uno scompartimento ancora vuoto. "Molto bene", pensò. Aveva un enorme bisogno di rilassarsi per pensare indisturbata alla sua vita che in quegli ultimi anni aveva subìto un grande vuoto. In una frazione di secondo, le si presentò alla mente il periodo piu’ importante e difficile della sua  vita, intenso di amore e dolore,  e una morsa le serrò il petto, costringendola ad un lungo sospiro per riprendere fiato. "No, no, non voglio pensarci, non ora!" 

 Non voleva  lasciarsi prendere dall’angoscia, poiché desiderava fare il viaggio serenamente per arrivare a destinazione con il consueto sorriso sulle labbra,  ma non riuscì a trattenere la struggente nostalgia  che stava investendo tutto il suo cuore, sostituendosi alla ferita non piu’ sanguinante, ma sempre aperta. Si chiuderà mai? …pensò. 

Si rivide nei pochi viaggi, voluti con tutta la volontà possibile,  in quel periodo della vita dove altri avevano assoluto bisogno di lei, rivisse le 10 ore trascorse in treno per poter presenziare soltanto due ore ad una sua mostra d’arte, rivide il suo consorte affrontare in auto i disagi provocati da un’abbondante nevicata, per poter consegnare in tempo le sue opere alla galleria e poterle permettere di non abbandonare la sua attività…. A queste visioni si sovrapponevano quelle relative alla sua infanzia, all’adolescenza e alla prima giovinezza (a quei tempi si diventava maggiorenni a 21 anni) fino agli anni del matrimonio e della maternità. Furono anni che determinarono il suo carattere allegro e colmo di gioia di vivere e di amicizie. "Devo questo carattere ai miei genitori" pensò Enrica rivolgendo loro  un pensiero grato e affettuoso.  Infatti,nonostante fossero genitori maturi (lei nacque quando la madre aveva 39 anni e il padre 48) avevano avuto una tale fiducia nei suoi confronti al punto da lasciarle una "invidiata" libertà, certi che non li avrebbe mai traditi. 

Da notare che negli anni Sessanta molte ragazze, anche se fidanzate, non uscivano assolutamente alla sera e spesso dovevano rientrare presto anche nel pomeriggio, mentre Enrica aveva perfino le chiavi di casa e si poteva permettere di uscire per andare a ballare con alcune sue amiche che godevano – come lei – fiducia e libertà da parte dei genitori. Si divertivano così moltissimo in compagnia di amici simpatici e leali. 

All’età di 19 anni, insieme a due amiche di 18 e 17  – quest’ultima affidatale dal padre in quanto vedovo da alcuni anni – andarono a Miramare per un periodo di vacanza di 15 giorni ed Enrica si sentiva molto matura, al punto da "dirigere"ogni movimento per non "bruciare" – diceva – quell’enorme valore che era la libertà ricevuta! Era infatti fortemente cosciente del grande dono ricevuto dai loro genitori: il dono del rispetto e della fiducia che le portava a vivere liberamente un periodo di vacanza e di sano divertimento.  Oggi tutto questo è normalissimo, all’ordine del giorno, ma nel 1963 rappresentava una straordinaria conquista!

Eppure – pensò, mentre il treno correva veloce lasciandosi dietro campi e case –  non sempre era stata felice, perché aveva conosciuto presto il dolore!….", ma ancora di piu’ lo aveva visto nei suoi genitori e nella disperazione di sua madre quando morì il figlio piu’ piccolo ed amato, stroncato da una forma di leucemia che lo portò via in sei mesi.
Povera cara mamma –  pensò – quanto hai sofferto! Si ricordò che sua madre aveva anche perso il proprio padre a 18 anni, seguito due anni dopo dalla madre  a causa  di un male incurabile dolorosissimo (a quei tempi non esistevano medicine che togliessero il dolore..), quindi a 20 anni si era trovata orfana di entrambi i genitori e,  non volendosi appoggiare a zii o parenti,  quando rincasava si ritrovava sola e piuttosto triste. Spesso piangeva. Aveva un unico fratello (cosa abbastanza rara per quei tempi – eravamo all’inizio del ‘900), al quale era molto affezionata, ma era l’autista personale di un erede dei Marchesi Zacchia di Bologna, pertanto viveva  e dormiva nella loro bellissima dimora e rientrava a casa per fare visita alla sorella soltanto ogni 15 giorni. Per una ragazza di appena vent’anni questa solitudine incise  tracce dolorose, ma fu la sua professione di infermiera presso il reparto di ospedale dei bambini abbandonati (ai "Bastardini" dicevano a quei tempi, parola terribile!)) a salvarla da una latente depressione, in quanto i bambini la chiamavano "mamma" e lei provava per loro un grande affetto misto a profonda pena per la loro condizione di vita. Lei diceva sempre che se avesse potuto li avrebbe adottati tutti.

Tutti questi pensieri affollavano la mente di Enrica, mentre il treno viaggiava veloce dopo una breve sosta ad una piccola stazione.  Cercò di distrarsi e si mise ad osservare la campagna con maggiore attenzione. Si accorse immediatamente dei bellissimi colori che contraddistinguevano quel particolare periodo dell’anno.  E i gialli, gli arancioni, i colori tabacco con le varie gradazioni rossastre di terre calde ed avvolgenti, scorrevano davanti ai suoi occhi, infondendole nell’anima una pace ed una rilassatezza che soltanto in viaggio riusciva a provare. 

Dovrei viaggiare di piu’ – pensava – mentre i colori che Enrica amava moltissimo illuminavano campi arati, vigneti, viali alberati, case coloniche ristrutturate.  Tra il verde di qualche parco deserto e ormai incolto riuscì  a scorgere lussuose ville decadenti che parevano manieri spogliati degli antichi splendori, con il fascino dell’abbandono e del mistero.  "Chissà chi avrà abitato quelle ville!" pensò. "Quante vite, quante storie avranno conosciuto quelle pareti!". Le apparve alla  memoria la vita dei protagonisti descritta nel libro  "Il giardino dei Finzi Contini", un libro che da ragazzina l’aveva fatta sognare e che aveva riletto tante volte. 

Le case antiche, spesso immerse nel silenzio di un parco all’apparenza abbandonato e circondate da alberi, piante varie, sentieri interni,  cancelli e spesso anche mura avevano sempre destato in lei un certo interesse, intriso di una sottile malinconia, come se sentisse la mancanza di qualcosa che aveva vissuto. L’avevano sempre interiormente emozionata, non tanto per la loro bellezza, ma probabilmente per quel sottile fascino nostalgico e misterioso che emanavano. Questa strana sensazione l’avvertiva spesso anche quando attraversava in macchina le grandi distese di pianura o la campagna solatia e silenziosa, con poche case sparse qua e là….A volte gli occhi le si riempivano di lacrime, come se avvertisse di aver lasciato in quei luoghi una parte della sua vita in cui era stata felice.  Eppure, fin dalla nascita e per una cinquantina di anni aveva sempre vissuto in città, fino alla scelta di vivere in collina per motivi familiari seri e sofferti. 

Ma non voleva soffermarsi a pensare a questo e cercò di "strappare" a forza  quella lama che si stava nuovamente e lentamente infiggendo nel suo cuore.

"Non ora! " pensò, perché mentre osservava dal finestrino del treno la straordinaria natura sormontata da un cielo limpido e luminoso, nonostante  fosse già un giorno di fine settembre, provava un grande piacere rivivere la propria infanzia e fanciullezza, immergendosi in quei ricordi che credeva dimenticati ed invece riaffioravano uno dopo l’altro quasi prepotentemente.

E lo struggimento che avvertiva di fronte alla pianura, forse altro non era che il ricordo inconscio di qualche rara gita  in bicicletta con i suoi genitori ed i fratelli maggiori, per andare a Zola Predosa a trovare la zia Rosetta della mamma.

"Che gioia era per noi essere tutti insieme! E soprattutto vedere la mamma svagarsi un po’!

Poco  ricordava  di quelle giornate, era troppo piccola, ma le aveva sentite  raccontare spesso in famiglia e le aveva  vissute in seguito tramite le poche fotografie – ed anche molto piccole – che si facevano a quei tempi.  E lei era sempre in braccio al padre o con le sorelle maggiori arrampicata sui rami bassi di  qualche albero di ciliegie. Queste fotografie, anche tanti anni dopo, riuscivano sempre a provocarle una intensa commozione.  Ripensando ai  suoi  fratelli, rivide la grande casa rossa e gialla, colma di spazio e di sole,   in cui  erano  nati e dove  avevano  trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Le tornò alla memoria l’enorme cortile in cui trascorrevano i pomeriggi (dopo i compiti) giocando in gruppo con altri bambini del rione.  Al centro del cortile c’era la lavanderia e una volta al mese le mamme – a turno – si prenotavano  per fare un grande bucato che si svolgeva ininterrottamente da mattina  a sera, e questo significava per i bambini trascorrere tutta la giornata in cortile giocando allegramente   e mangiando "al sacco" panini vari preparati dalle rispettive mamme, una giornata di festa in cui l’amicizia si consolidava.

"Non potrò mai dimenticare questi momenti della mia fanciullezza  in quel  cortile della vecchia Bologna!" pensò Enrica. "Oggi non ci sarà certamente piu’. Peccato!". Era consapevole che se non ci fosse stato piu’  (erano  trascorsi oltre 50 anni…..) ai bambini sarebbe stato tolto molto.

Si ricordò che in un’altra zona di Bologna,  dove andò ad abitare  dopo il matrimonio, i bambini trascorrevano le ore libere chiamandosi e conversando da una terrazza all’altra. Tante volte aveva sognato per loro  il cortile della sua infanzia.

Mentre il treno proseguiva la sua corsa, Enrica osservò dal finestrino il cielo che si stava oscurando e un’ombra scese nella pianura quasi a volerla proteggere da sconosciuti pericoli.

I colori si spensero, le case distanti vennero avvolte da una cappa plumbea  carica di poesia e di silenzio. Enrica venne attratta da quella visione. "Due mesi soltanto e sarà Natale", pensò.

Le case sparse, circondate da alberi e campi e immerse in quella particolare atmosfera,  le avevano ricordato il Presepio.  "Un altro Natale!" E quel pensiero,  che  aveva tentato piu’ volte  di non far affiorare in quel viaggio,  si impose invece prepotentemente dentro di lei e non le fu piu’ possibile scacciarlo.  Si appoggio’ allo schienale, sospirando, e si "perse" nell’abbraccio del  proprio figlio, che da cinque anni li aveva lasciati per raggiungere la Luce, e i ricordi della sua infanzia e fanciullezza spensierata iniziarono a sovrapporsi a quelli della seconda parte della sua vita, così diversa, così intensa di amore e di dolore. Il treno correva veloce e, come in un film, la pellicola della sua vita scorreva e tanti Natali si offrivano ai suoi occhi con il loro carico di gioia e di pene.

Le parve di avvertire  il profumo dei mandarini e delle bucce messe ad essiccare sulla stufa per odorare la cucina, vide il volto dolcissimo e radioso di sua madre sistemare con fantasia in un cestino di paglia la frutta secca e i datteri, felice di poter regalare  ai propri figli la gioia di quella golosità permessa soltanto a Natale, sentì il suono di "Tu scendi dalle stelle" proveniente da un grammofono rosso a manovella che il padre nascondeva sotto lo scrittoio in cui lei e i suoi fratelli facevano i compiti ogni giorno,  utilizzato in quel particolare periodo  per fare con passione un Presepio colmo di  poetica semplicità e tanta spiritualità.  "Caro babbo", pensò commossa Enrica "quanto amore mettevi in quel Presepio!".

A tutto questo facevano corolla i colori blu e argento di un cielo stellato che aveva conservato per anni fino all’ultimo brandello.

Ma quella stessa musica, insieme ad altre canzoni natalizie, la sentì provenire dalla stanza in cui, tanti anni dopo,  suo figlio trascorreva tutta la giornata guardando fuori dalla finestra, osservando il volo degli uccelli, il fruscio delle foglie mosse dal vento, con il viso sempre rivolto al cielo quasi a chiedere a quella immensità di farlo volare libero e felice.  Il viso le si bagnò di lacrime.

Fortunatamente era sola nello scomparto e non era costretta per pudore a trattenere i propri sentimenti.  Li aveva sempre trattenuti quando si era trovata a contatto con gli altri, al punto che le avevano attribuito una forza che non corrispondeva al vero. Sì, certo, il pianto le apparteneva poco, ma il dolore interiore – come una ferita aperta – era talmente forte che riusciva a placarsi soltanto nella scrittura e, nei momenti peggiori,  nella preghiera.  E si rivide in ospedale a scrivere su agende, fogli, pezzetti di carta, parole, frasi, preghiere, rime  dedicate al figlio che riuscivano a placare quel pianto interno che le faceva tanto male.

"Perché?" si chiedeva "perché?". A questa domanda non aveva mai ricevuto risposta e soltanto il pensiero "Mistero della Fede…" riusciva a placarla.  La fede! Che grande ricchezza possedeva  chi aveva una  fede profonda! Lei cercava di avere fede, forse l’aveva…..o forse avrebbe voluto riconoscerla  chiaramente. 

Si ricordò che ad ogni Natale fin da ragazzina non rinunciava mai ad andare alla Chiesa dei SS.

Servi a visitare il Presepio e ad ascoltare la S.Messa, ma l’interesse era anche rivolto alla Fiera di S.Lucia che si svolgeva sotto i portici della Chiesa, in cui statuine del presepio, giocattoli, dolciumi, libri ed altro facevano bella mostra sulle bancarelle ed invitavano i visitatori all’acquisto.
Enrica comprava sempre qualcosa, o una statuina per arricchire il proprio Presepio, o il muschio, o qualche regalino per la mamma ed i fratelli, in quanto portare a casa un pensiero per i propri cari la rendeva felice.

Le lacrime iniziarono a rigarle le guance. Enrica non riusciva piu’ a fermarle. Sentì una trafittura al cuore nel ricordare quando, anni dopo, avrebbe voluto accompagnare a quella Fiera suo figlio per fargli vivere, condividendole,  quelle stesse emozioni che aveva provato da bambina.

Non fu invece mai possibile,perché durante l’inverno il suo piccolo si ammalava troppo facilmente, a causa della insufficienza respiratoria di cui soffriva – un terribile lascito del coma che aveva subìto all’età di un anno appena, derivato da  una spaventosa e improvvisa (un vero agguato) encefalite erpetica. 

Per un paio di anni Enrica andò sola alla Fiera, per acquistare qualcosa per il suo Franz e potergli così trasmettere l’atmosfera natalizia che si respirava in quel luogo, ma si accorse presto che non succedeva nulla di tutto questo, anzi al contrario veniva assalita da una  dolorosa malinconia poiché si ritrovava a girare al freddo tra le bancarelle colme di colori, luci e profumi mentre pensava al suo bambino sempre chiuso in casa ad aspettarla.  Non ci andò mai piu’, ritornandoci però casualmente e frettolosamente alcuni anni dopo la sua dipartita.

"Perché?" quella domanda era ancora lì, sempre pronta a farsi sentire, ma Enrica aveva imparato a rispondersi da sola e la risposta l’aveva trovata nelle dieci, cento, mille mamme che piangevano come lei i propri figli….."Le madri piangono l’avverso destino e, consapevoli, intraprendono il cammino della speranza…." Così diceva una semplice poesia che Enrica aveva scritto in ospedale e la risposta forse era proprio in quella bellissima, dolce e semplice parola: Speranza!

Enrica fece un lungo sospiro e si asciugò le lacrime. Era salito un viaggiatore e si era seduto accanto a lei, osservandola in silenzio., ma lei non aveva voglia di parlare e si appoggiò allo schienale chiudendo gli occhi come se riposasse. Invece pensava.

Un agglomerato di case (quasi un borgo medioevale) con un ampio porticato di pietra rossa le avevano fatto ricordare il lungo portico di Bologna che dal Meloncello si estende fino al Colle della Guardia dove si trova il meraviglioso Santuario della Madonna di S.Luca che sembra affacciarsi su Bologna per proteggerla come fa una madre con i propri figli. 

Enrica pensò che per  tantissimi anni non si era mai allontanata dalla sua città se non per qualche gita o qualche breve vacanza, ma quando rientrava a Bologna  – alla vista della Basilica di S.Luca che sembrava darle il benvenuto – sentiva una forte commozione e l’enorme piacere di essere a casa. La stessa commozione che provava in quel momento nel ripercorrere ad occhi chiusi particolari  momenti  della sua fanciullezza. Un intenso ricordo era proprio legato a quel portico e riguardava la tradizione del Lunedì di Pasqua.   

In quel giorno di festa intere famiglie lo percorrevano a piedi per raggiungere la Basilica e trascorrere in grande armonia tutta la giornata,facendo picnic sui prati e lasciando correre i bambini in piena libertà. Anche la famiglia  di Enrica rispettava questa tradizione ed erano talmente rare le passeggiate insieme ad entrambi i genitori  (essendo la sua mamma sempre molto impegnata) che in quel giorno lei si sentiva  immensamente felice! "Porto ancora  quel bellissimo ricordo e quella sensazione dentro di me ! –  pensò Enrica e le sue labbra accennarono un sorriso. 

Il viaggiatore si alzò e uscì momentaneamente dallo scompartimento. Enrica riaprì gli occhi e riprese a guardare fuori dal finestrino.  I colori che le si presentavano in quel momento le fecero ripercorrere i sentieri della "penombra che abbiamo attraversato" (come diceva la scrittrice Lalla Romano), e le fecero intravvedere la finestra del V° piano del rione di Bologna – dove era nata e dove aveva vissuto fino ai tredici anni –  dalla quale aveva iniziato a  dipingere i tetti della sua città. 

Era affascinata dal rosso della pietra che alla sera si illuminava all’accendersi delle luci . Furono i suoi primi approcci con le forme, con i colori, con la pittura, un bagaglio di emozioni e suggestioni che non l’abbandonarono piu’ e tracciarono fin da quel momento a sua insaputa la strada che avrebbe poi  percorso in seguito.
"Presto sarò a destinazione"- pensò Enrica.