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Sui colli della città

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Luisa Accattino

Una notte nera, senza luna né stelle, era scesa sui colli della città. Un temporale aveva fatto saltare la linea elettrica e una misteriosa ionizzazione dell’aria messo fuori uso torce e batterie, mentre un imponente sbarco di ratti anfibi, risaliti dal fiume, aveva divorato tutte le candele.

 A causa dell’umidità dell’aria, seguita alla ionizzazione, i fiammiferi avevano la capocchia fradicia e gli accendini, per un aumento della pressione esterna, erano inutilizzabili. Qualcosa accadde nell’oscurità totale in cui la città sprofondò come annegando in un lago di inchiostro. Quando l’alba fece capolino là in basso, dove la Serra decresce rapidamente spegnendosi nella pianura, il fatto era avvenuto e la città, stiracchiandosi pigramente dal castello rosso fino alla torre Maridon, aprì i  suoi grandi occhi gialli.

Sbadigliando lanciò una rapida occhiata intorno, le solite facce, i soliti ponti, i soliti luoghi frequentati dai cavalli che liberi trotterellavano per vie e giardini. Questo a un primo sguardo, ancora assonnato, ma a una seconda e più sveglia occhiata di controllo le si sollevarono, come peli della pelle, i sassi di fiume delle vie.

Aguzzando la vista cercò Lumaca. Lumaca partiva ogni mattina all’alba dalle ghiaie della Dora per risalire il colle Castiglia. Dal fiume alla sommità del colle ce n’è un bel tocco, di salita, e Lumaca arrivava su quando il campanile del municipio batteva le ore dodici e le campane di San Grato suonavano il pranzo.

Arrivava giusto in tempo per sedersi a tavola a gustare il radicchio e la scarola della serra del giardiniere, che alle dodici in punto usciva chiudendo a chiave il cancello per scendere alla trattoria del borgo, anche lui a calmare il suo appetito.

Lumaca aveva tutto il tempo di pranzare rosicchiando le tenere verdure, di riposare e di ridiscendere al fiume, ma quella mattina, possibile?!? Lumaca era già sul posto, pronta per il pranzo, al momento della colazione!!!

Gli occhi gialli di Città colsero la differenza al volo: a Lumaca era spuntata una coda a elica!

Rapido il suo sguardo giallo si volse altrove, perlustrando su e giù i colli e…… sorpresa: con la coda dell’occhio vide Pescello che saltava fuori dal fiume, proprio sotto al ponte vecchio, e con un  becco da gallo spaccava il granoturco delle anatre tra i sassi della spiaggetta, fermandosi ogni poco a lustrarsi con cura le variegate penne che gli ricoprivano il corpo, frammiste alle squame argentate. Poi con un guizzo si rituffava nel fiume facendo una vigorosa nuotata contro corrente ed eccolo di nuovo guadagnare la riva, uscire dall’acqua, scrollarsi le piume da gallo, col becco  riassestarsi le squame scombinate, e col petto in fuori andare su per la salita di Monte Ferrando.

Ma che diavolo stava accadendo?! Città spinse lo sguardo lontano, laggiù, fino al colle Bellavista.

Viveva qui una vecchia talpa. Cieca, ma cieca che più cieca non si poteva. Aveva fatto amicizia con un cane che, a dispetto del suo padrone, fingeva di darle la caccia, abbaiando e infilando il muso nella buca dove era certo che lei non ci fosse.

 Per questo favore riceveva in cambio da talpa tutte le ossa più marce interrate nella zona dai cani del quartiere. Si sa che i cani apprezzano come gustosissime le pietanze frollate a lungo sotto terra! Orbene, Città vide che talpa, bagnandosi nello stagno del colle per la pulizia mattutina, si passava le zampe sugli occhi che, incredibile, non erano più le solite chiuse fessure cieche, ma due luminosi grandi occhi castani, e lo sguardo di talpa era diventato uguale a quello di una lontra!

Talpa non smetteva di rimirarsi, non si era mai vista, ma solo sentita, tastandosi il corpo con le zampe, e scoprirsi bella come la lontra fu una felicità immensa. Ora che ci vedo bene, diceva,  sì che farò una grande e bella pulizia alla mia tana, e metterò tutto bene in ordine, e di certo dopo mi dedicherò al progetto di nuove gallerie e passaggi, ma soprattutto la cosa più bella tra tutte è che finalmente potrò vedere i miei nipotini!!! E anche conoscere con gli occhi il mio vecchio amico Tobia, invece che col naso!…..

Città era sempre più sorpresa, dal colle Bellavista spostò lo sguardo verso la torre Maridon, i suoi occhi penetrarono nel bosco, fino allo stagno, da dove proveniva una sorta di gracidio piagnucoloso, un vero lamento doloroso.

Sulla riva dello stagno una bella ragazza piangeva disperatamente e le lacrime cadendo come pioggia nell’acqua creavano cerchi sulla superficie, cerchi che si allargavano e sparivano.

Che diceva, farfugliando tra i singhiozzi? Città tese l’orecchio il più possibile perché era  responsabile di quanto capitava in casa sua e doveva assolutamente capire, così tese l’orecchio, attenta, ……

"Voglio tornar rana, voglio tornar rana.. voglio nascondermi nel fango" diceva la ragazza piangendo.

A  questo punto Città pensò di essere diventata matta. Chiuse gli occhi sperando di stare sognando e che Alba non fosse ancora giunta sul fiume a svegliarla. Rimase un attimo in silenzio, poi riaprì gli occhi e lo sguardo le cadde su Monte Navale.

Il monte non dava segni di improvvisi e inspiegabili cambiamenti. Città si rilassò, ma fu solo per un attimo. Nel folto della verzura una cosa enorme si mosse, una quercia dai giganteschi piedi anfibi si spostò da un avvallamento ad una collinetta. Aveva infilato le possenti radici dentro grandi scarpe anfibie, e avanzando aveva in progetto di spostarsi fino al lago.

Ne aveva tanto sentito parlare dagli uccelli del bosco che vi passavano le ferie estive e non si dava pace al pensiero che non avrebbe mai visto il lago della città, pur così vicino, e ora, quella mattina, si era scoperta d’un tratto ai piedi, (anzi alle radici), delle scarpe che le avrebbero permesso di vivere una vita da mangrovia: il suo sogno segreto! e di finire i suoi anni coi piedi a bagno nell’acqua del lago! Così si era subito messa in cammino……

Nel frattempo dalla parte opposta della città si udì uno strano scoppiettio….clops… flops… clops… 

Il rumore proveniva da Monte Brogliero.

In un bilocale sul monte viveva un anziano signore che aveva la passione per la genetica dei fagioli. Creava ibridi su ibridi, faceva incroci su incroci, sposava cioè tra loro piante diverse e studiava l’aspetto dei fagiolini che nascevano dai matrimoni misti. Aveva sulla terrazza una grande e bella pianta di fagiolo cuoriforme, che tutte le primavere fioriva inondando il quartiere di un soave profumo di fagiolo odoroso, e che produceva ogni anno un unico enorme legume maculato, ottimo per la tradizionale fagiolata grassa del quartiere, nei giorni di carnevale. Il fagiolo era quasi maturo e sarebbe stato presto colto, ma ….. ecco che all’improvviso le macchiette viola della sua buccia si sollevano, si gonfiano, friggono…                                 e scoppiano…..clops….flops….clops…

Che il fagiolo avesse beccato la varicella, o il morbillo? Si chiese Città sgranando gli occhi. No, non si trattava di nessun virus, erano le macchiette che avevano preso a vivere per conto loro.

Si gonfiavano, si staccavano scoppiando e facendosi portare dall’aria, si allontanavano e quando non si sentivano più controllate dalla pianta e davano forma a un fagiolino a cuore che veniva inspirato dai passanti senza che nessuno se ne accorgesse, ma rendeva il loro animo più dolce e disponibile verso gli altri.

E poi? Ma….. chissà, gli effetti non si vedevano ancora, non erano immediati, e se poi invece tutti i cittadini fossero diventati fagioli? C’era il rischio di cucinare un parente nella panissa, senza neanche saperlo….o nella marmitta della fagiolata di carnevale!

Oh cielo, esclamò Città, devo avvisare il sindaco, sono troppe le cose strane che vedo stamattina, ma non si era ancora ripresa dallo stupore che un grande stormo di uccelli si alzò in volo proprio da  dietro a Monte Brogliero, sorvolando il Monte Stella.

Sembrava volassero via spaventati. Città sapeva bene che spesso scendeva dalla lunga morena una grande volpe rossa che si avvicinava alla zona dei laghi, qualche volta arrivando fino al bosco del monte per cogliere di sorpresa conigli selvatici e uccelli addormentati, piccoli roditori e galline distratte, ma ecco, ecco che Città guardando meglio comprese il motivo dello sgomento degli uccelli in volo: Volpe rossa scendeva dal monte verso la città sottobraccio a un coniglio. Un coniglio simpatico, di nome Giacomino, con un campanellino da capretta al collo e le orecchie da pecora. Infatti, ora che volpe rossa era diventata buona amica, che bisogno c’era ancora di tenere ritte le orecchie per avvertire il pericolo e scappare in tempo?

Che fatica tenere su le orecchie, senza mai potersi rilassare un po’! provate voi a tenere su le braccia per tanto tempo, e poi mi direte…

Dietro di loro scendevano in città due galline che cantavano: "Volpe onesta, si fa festa, volpe onesta, non ci ruba più le uova dalla cesta, volpe onesta  ha pensieri nuovi nella testa…"

Ma cosa era tutta questa baraonda, cosa erano mai queste novità e questi strani mescolamenti? la città sembrava un laboratorio vivente, ma non aveva ancora visto tutto, non aveva visto il bruco brillo di Monte Marino, che da una vita si cibava solo di foglie, uscire cantando da una cantina, insieme a un ragno peloso che agitando le zampe di  lato alla testa faceva su la ragnatela in un tondo gomitolo, dicendo: Voglio attaccare la caccia a un chiodo, basta con le trappole mortali, poveri insetti, voglio diventare vegetariano anche io!

Il bruco brillo in tutta la sua vita non aveva mai osato una ciucca, papà e mamma bruco non gliela avrebbero fatta passare liscia, ma quella notte c’era stato qualcosa di insolito nell’aria, qualcosa per cui  Bruchino uscì di casa lasciando un biglietto sul tavolo: "Papà, perdonami, voglio anche io  mordere la vita!" e pieno di curiosità era sceso in cantina. Per la verità aveva morso davvero, perché non aveva solo bevuto vino, ma anche addentato un gustoso salame appeso a un gancio e dopo tanta vita vegetariana a base di cavoli poteva ora finalmente dire di aver morso la vita, in quella notte particolarissima!!!

Era troppo, per Città era davvero troppo. Impiegò un attimo solo a spargere la voce  in giro, e subito tutte le autorità furono a conoscenza delle stranezze di quella mattina.

Sindaco, assessori, consiglieri, funzionari, segretari, marescialli e questori, giudici e cancellieri si riunirono  d’urgenza al castello, il punto più alto per vedere meglio sui tetti e sui colli, e non poterono fare altro che constatare le stramberie che accadevano e altre più recenti e nuove. Ma i fatti rimasero inspiegabili  fino a che si fece vivo un videoamatore, un appassionato di ufologia e di astronomia, che spesso di notte lasciava in funzione la videocamera puntata verso il cielo. Lo strumento, dotato di un sistema di raggi infrarossi, poteva operare nel buio più completo e così aveva ripreso gli avvenimenti di quella famosa buia nottata. Di nuovo le autorità tennero consiglio e si riunirono segretamente per esaminare le immagini del video, unico testimone di un avvenimento così strano.

Quando tutti si furono accomodati, nella sala si fece buio e venne acceso lo schermo.

 Apparve un cielo stellato. Fermo, fisso, immobile. Poi un puntino lontano prese a muoversi, avvicinandosi. Di sicuro un aereo, pensarono tutti, ma via via che si avvicinava per il modo di spostarsi, cioè per la traiettoria, non poteva essere un aereo. Il questore disse: è un ufo! Ma no, ribadì il maresciallo, è un satellite, non vedete? Ma mentre lo diceva il puntino diventò verde e molto più grande. Poi bianco, e ancora più grande, giallo, arancio e viola, indaco e infine bianco e rosso. Tutti tacevano e guardavano allibiti ciò che il puntino era diventato, dopo essere passato attraverso tutte le bande colorate del visibile.

Contro un cielo nerissimo spiccavano le guglie luminose di un castello in movimento, con un portone rosso infuocato. Il castello avanzava come una enorme astronave. Quando fu sopra alla città addormentata si fermò.

Era un maniero imponente, tutto torri e guglie, di sicuro luoghi di osservazione del cielo, le punte più alte erano potentissime antenne e porte e finestre non erano altro che passaggi da una dimensione a un’altra, da un tempo a un altro.

Era una unità isolata, probabilmente un frammento di una città di chissà quale mondo, che si muoveva nello spazio con una precisa missione. Ma perché si era fermata proprio su questa città?

Lumaca sognava di correre come una lepre e Talpa di avere occhi luminosi e anche volpe rossa voleva da tanto essere amica di coniglio, perché spesso le ispirava tenerezza, ma poi la fame aveva il sopravvento…e il sogno spariva.      

Pescello invece voleva uscire dall’acqua per andare a Monte Ferrando a trovare pesciolina che un bambino aveva pescato l’estate scorsa e teneva in una boccia di vetro. Camuffato da gallo, i gatti, così numerosi nel quartiere, non lo avrebbero notato e lui, pescata col becco pesciolina l’avrebbe riportata al fiume. Tutti o quasi tutti gli animali in questione non sognavano altro che farcela ad essere diversi, ma poi crollavano per incapacità.

La grande unità, frammento di una colossale città, si accingeva all’azione sugli umani, dopo i primi test su animali e piante, e si vide il portone illuminarsi di una luce violenta, accecante per via di quanto vi si era avvicinato dall’interno, e  lentamente aprirsi.  I bagliori aumentarono fino a un’intensità luminosa insostenibile,  così forte che nella sala si fece buio per l’inadeguatezza dei mezzi di riproduzione, e nessuno vide cosa era uscito dal portone del castello.

 Nessuno osava muoversi né parlare, in silenzio tutti si alzarono e uscirono. Stranamente, passarono per il parco della città, lì i cavalli nitrivano e alcuni attorniavano degli esemplari diversi: bianchi, trasparenti cavalli stellari, molto luminosi si incamminavano verso un luogo fuori città e il piccolo corteo di persone che li seguiva via via si accresceva di curiosi, di passanti, fino a diventare una folla, silenziosa e attenta diretta in un luogo preciso, verso est, in mezzo ai campi, tra paglie e prati.

Vicino ad un’ansa del fiume all’improvviso appare un grande cubo trasparente.

Il cubo vibra di una sua energia e la trasparenza rivela delle presenze interne.

Sembrano uomini e donne, sì, sono proprio uomini e donne come noi, ma vestono in fogge differenti tra loro e anche i loro aspetti sono diversi, sono gente di tutto il mondo, di tutte le religioni riunite lì ad usare la stessa struttura per  i loro riti, per le loro spiritualità, così diversamente simili, e per le loro preghiere e i loro canti.

L’intensità che emana tale comunione di trascendenze è tale da mettere in vibrazione il cubo. La struttura totalmente trasparente alla luce non contiene altro che persone. Esse sono quadri e statue viventi, le loro mani coppe e calici, i loro occhi candele e luci, i loro pensieri tappeti di morbidezza inaudita, le loro voci cori eccelsi.

Si odono anche dei suoni, ma non suoni terreni, sono così belli che tutti ne vengono presi e commossi, e improvvisamente capiscono quello che è accaduto nella notte, lo capiscono perché si accorgono di sentire la musica che parla il linguaggio universale, così alto e così profondo e che dice bene, benvenuti, voi piccoli presenti siete stati tutti invitati ad uno spettacolo eccezionale, al concerto che si tiene oggi in questa città, il concerto "IL SOGNO DI UN RE".

Allora tutti coloro che avevano guardato il video pensarono che la luce vista uscire dal castello, troppo luminosa e accecante per occhi e strumenti umani,  non era altro che il sogno di un re, e se i sogni dei piccoli animali si erano avverati, quello forse sarebbe stato il luogo dove avrebbe potuto avverarsi anche il sogno di un re.

Un sogno si era posato sui colli di una città, bisognava solo attendere…