IMPAROLOPERA: La Bohème al Teatro Regio di Parma
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IMPAROLOPERA: La Bohème al Teatro Regio di Parma
“Secondo voi, Mimì lo fa apposta, a perdere la chiave della sua stanza per stare di più con Rodolfo, o la perde davvero?”
“Apposta”, tuona il pubblico di scafatissimi ragazzini.
“E i cieli di Parigi secondo voi come sono?” aveva chiesto in precedenza l’attore.
Ancora un unisono, “Grigiii”, mentre si insinua qualche timido “Azzurri”.
È un esempio di coinvolgimento interattivo del pubblico nell’ambito di “Imparolopera”, iniziativa sostenuta e curata dal Teatro Regio e varie altre istituzioni parmigiane, in atto ormai da tantissimi anni e rivolta a studenti delle elementari e medie per avvicinarli all’opera. Un esempio di collaborazione virtuosa: i cantanti sono quelli delle classi di canto lirico del Conservatorio di Parma, che così possono impratichirsi e prendere confidenza col palcoscenico. È ovvio che sono ancora in erba, ma promettono bene e si rivolgono a un pubblico forse non dei più sofisticati in materia musicale. E sono comunque esperti quanto basta per illustrare i punti salienti dell’opera che, come si sarà capito, è la Bohème di Giacomo Puccini, in cartellone per la stagione teatrale dal 4 al 12 aprile, mentre lo spettacolo di cui stiamo parlando è andato in scena la mattina del 9.
La scena è ridotta al minimo, luci aranciate come sfondo, pochi oggetti evocativi sul palcoscenico: un vecchio divano, un braciere, un cavalletto per le scene nella mansarda degli amici spiantati, il poeta Rodolfo, il pittore Marcello, il filosofo Colline, il musicista Schaunard, tutti di belle speranze e zero quattrini. Non staremo a spiegare la trama arcinota dell’opera che, con le sue atmosfere romantiche e idealiste, dovrebbe esercitare una grande suggestione sugli adolescenti, ammesso che non siano stati troppo cambiati dai social.
Sul proscenio illustra e raccorda le vicende Bruno Stori in costume d’epoca, e lo fa con maestria d’attore consumato e la chiave giusta per rivolgersi a dei ragazzi.
Il miracolo è che il teatro stracolmo di ragazzini quasi non fiata e applaude calorosamente quando c’è da applaudire. E però alcuni dei più piccoli appoggiano la testa sul parapetto del palco e chiudono gli occhi. È normale. Viene allora da chiedersi: perché non far scorrere in alto le didascalie, come avviene durante le normali rappresentazioni? Costa troppo, o forse i ragazzini sono ritenuti un pubblico che non vale la pena? Aiuterebbe molto a tenere desta l’attenzione: non sempre, anche se Bruno Stori racconta la vicenda e presumibilmente le maestre hanno preparato gli scolari, le parole cantate sono comprensibili, inoltre la Bohème non è un’opera troppo orecchiabile, dunque capire le parole sarebbe importante per seguirla al meglio. Questo vale naturalmente per ogni opera. Se si vogliono avvicinare bambini e adolescenti all’opera, conviene sfruttare ogni mezzo. (Parma, 11 Aprile 2025)
Francesca Avanzini








