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Nel centrodestra voglia di archiviare il braccio di ferro

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(corriere.it) Il primo ostacolo è stato superato, secondo le previsioni. E adesso si intuisce una gran fretta di archiviare la legge sulle intercettazioni. Il governo la difende come miracolo di equilibrio. Il Pd, che al momento della votazione di ieri mattina al Senato ha lasciato l’aula per protesta, rinvia lo scontro al prossimo mese, quando approderà alla Camera. E l’Idv insiste nell’appello alla «resistenza» e chiama in causa il Quirinale, ricevendo una risposta abrasiva. «I professionisti della richiesta al presidente della Repubblica di non firmare spesso parlano a vanvera», risponde Giorgio Napolitano al partito di Antonio Di Pietro, che gli replica con parole stizzite. Ma le proteste più dure arrivano dalla magistratura, dagli editori e dai giornalisti che pensano ad una «giornata del silenzio» il 9 luglio. Per il centrodestra, tuttavia, i problemi sono altri. A preoccupare è la manovra finanziaria, sulla quale piovono altolà e distinguo. È quella la vera fonte dei contrasti nella maggioranza. Anche i colloqui come quelli di mercoledì tra il presidente della Camera Gianfranco Fini, il ministro dell’economia Tremonti ed il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, riguardavano la manovra.

La minoranza finiana del Pdl sa di non poter rompere con Berlusconi; e non vuole offrire pretesti al grosso del partito per arrivare alla resa dei conti. Non solo. Se Fini vuole arginare il principale alleato di Umberto Bossi nel governo, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non può prescindere dal Cavaliere. Si spiega anche così il «sì» alla legge sulle intercettazioni, che l’opposizione rimprovera a Fini come un cedimento. D’altronde, qualunque manovra per destabilizzare il governo sa di velleità, in questa fase. I vincoli europei impongono misure possibili in una cornice di stabilità. Il timore non è quello di un complotto ordito dagli avversari interni del Cavaliere. Si tratta semmai di recuperare il controllo di una situazione confusa; e che moltiplica le incognite sui provvedimenti economici. Tra Fini e Tremonti, in filigrana si intravedono più che giochi di sponda uno scontro di potere. Il presidente della Camera che chiede la vigilanza sulle fondazioni bancarie affidate al Parlamento oltre che al ministero dell’Economia, invade una riserva tremontiana. Ed invocando certezza sui costi del federalismo, incalza e punzecchia una Lega già nervosa per il destino incerto della riforma: i malumori di leghisti e Pdl nei confronti di Tremonti per i tagli di spesa negli enti locali ieri sono apparsi vistosamente.

Fini confida nella voglia di Palazzo Chigi di circoscrivere il ruolo del superministro dell’Economia. Su questo sfondo, le intercettazioni sono qualcosa che appartiene ai rapporti «esterni » della maggioranza: un aspetto che, a torto o a ragione, Berlusconi e la stessa Lega considerano meno insidioso della manovra. Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ritiene che alla Camera esistano «margini perché il governo venga battuto» quando arriverà il disegno di legge approvato ieri dal Senato. Ma la discussione comincerà fra un mese e più: un tempo assai breve, che con le accelerazioni possibili nei prossimi giorni potrebbe però rivelarsi lunghissimo.

Massimo Franco
11 giugno 2010