La concretezza non è tutto, la vittoria tattica della premier
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Brava Meloni, sei stata molto brava. In particolare con la tua frase: “insieme faremo grande l’Occidente”. Questa frase nella sala ovale della Casa Bianca è la sintesi del tuo viaggio. LB
Mattia Ferraresi
L’Italia non ha evidentemente la forza politico-economica, i dati strutturali né la postura per essere informalmente alla testa di un negoziato sui dazi per conto dell’intera Unione. Ma è proprio per questo che Meloni chiede a Trump di fornire, legittimandola, la forza politica che strutturalmente le manca
I conti si faranno alla fine, ma con il doppio incontro di Giorgia Meloni con Donald Trump e J.D. Vance sulle due sponde dell’Atlantico la premier incassa almeno una provvisoria vittoria tattica, cioè il consolidamento, se non la conquista, di una posizione di primissimo piano nella Ue. Alla Casa Bianca Meloni non ha ottenuto nulla di concreto, certo, ma nell’ambito delle segnalazioni e dei posizionamenti ha fatto in modo di affermarsi come leader europea, non come sovranista pronta a lanciarsi in una danza a due con l’alleato conservatore. La promessa di una missione di Trump a Roma le offre la prospettiva di un ruolo di facilitatrice nel dialogo dell’Unione, non solo di un riconoscimento come eroina del Make Europe Great Again, che è uno slogan da cappellino, non una strategia politica.
Il viaggio a Washington è stato costruito insistendo per settimane sul coordinamento con la Commissione Ue, non sull’indipendenza sovranista, mostrando in tutti i modi che lei non ha scelto la strada antagonista di Viktor Orbán, ma quella istituzionale ed europeista, e la tempesta trumpiana non le ha fatto cambiare idea.
Al netto del dilettantismo nell’esecuzione e di quella strutturale confusione comunicativa che è un tipico tratto trumpiano, Meloni è uscita dallo Studio Ovale senza trofei ma anche senza danni evidenti. Dopo l’ormai proverbiale “trattamento Zelensky”, i leader che se ne vanno da quella stanza dicendo “poteva andare molto peggio” possono considerarsi in qualche modo soddisfatti.
L’Italia non ha evidentemente la forza politico-economica, i dati strutturali né la postura per essere informalmente alla testa di un negoziato sui dazi per conto dell’intera Unione, e Francia e Germania non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro ruolo. Ma è proprio per questo che Meloni chiede a Trump di fornire, legittimandola, la forza politica che strutturalmente le manca per fare un passo nel consolidamento della sua posizione. Non bisogna mai dimenticare che la leadership nazionale di Meloni esiste solo nel quadro della legittimazione europea.
Ascesa e affermazione del suo governo sono arrivate grazie a un accorto lavoro di rassicurazione delle burocrazie brussellesi e delle cancellerie europee, costruito attraverso la mediazione di pezzi dell’establishment che hanno garantito che lei non è un pericolo per la tenuta europea, ma una risorsa da assimilare. Meloni è anche consapevole che il guinzaglio della Commissione Ue è corto. Ci sono ancora tre rate del Pnrr da incassare (quasi 60 miliardi), c’è la partita delicata dei centri di permanenza in Albania (legittimati da Ursula von der Leyen) e nei piani alti della Commissione più a destra di sempre c’è un suo pretoriano: realismo e prudenza suggeriscono di muoversi fedelmente nel quadro della Ue, senza deviazioni non condivise.
Le promesse di aumenti di spesa militare, acquisto di Lng americano e aggiustamenti sulla web tax – quelle sì faccende di competenza dei singoli stati – sono il prezzo minimo di ingresso negoziale che Trump impone a tutti gli alleati. Anche la visita di Vance è un’opportunità per consolidare il ruolo di Meloni. La premier sa che il vicepresidente ha vari registri. A Washington ha assunto il ruolo di pitbull di Trump, e quando il presidente dice dieci, lui dice cento. Ma ha anche preso il ruolo di fustigatore culturale dell’Europa che ha perso sé stessa e i suoi valori tradizionali per seguire le insegne dell’ideologia woke, concetto su cui Meloni è perfettamente allineata.
La presidente del Consiglio sa anche che Vance è a Roma per incontrare le gerarchie vaticane, che è un convertito al cattolicesimo in pellegrinaggio pasquale ed è anche il punto di riferimento politico di un movimento di intellettuali conservatori che dall’America è venuto a fare proseliti in Europa, trovando una base d’appoggio in particolare in Ungheria. Intellettuali come Gladden Pappin e Rod Dreher non sono molto noti al grande pubblico, ma sono vicini a Vance e formano nodi importanti nella rete europea di cui fanno parte anche gli emissari di Meloni. Lontano dalle orecchie di Trump, che capiscono solo il linguaggio del “deal”, Vance e Meloni hanno molti argomenti di cui discutere e su cui concordare.
Le promesse di aumenti di spesa militare, acquisto di Lng americano e aggiustamenti sulla web tax – quelle sì faccende di competenza dei singoli stati – sono il prezzo minimo di ingresso negoziale che Trump impone a tutti gli alleati. Anche la visita di Vance è un’opportunità per consolidare il ruolo di Meloni. La premier sa che il vicepresidente ha vari registri. A Washington ha assunto il ruolo di pitbull di Trump, e quando il presidente dice dieci, lui dice cento. Ma ha anche preso il ruolo di fustigatore culturale dell’Europa che ha perso sé stessa e i suoi valori tradizionali per seguire le insegne dell’ideologia woke, concetto su cui Meloni è perfettamente allineata.
La presidente del Consiglio sa anche che Vance è a Roma per incontrare le gerarchie vaticane, che è un convertito al cattolicesimo in pellegrinaggio pasquale ed è anche il punto di riferimento politico di un movimento di intellettuali conservatori che dall’America è venuto a fare proseliti in Europa, trovando una base d’appoggio in particolare in Ungheria. Intellettuali come Gladden Pappin e Rod Dreher non sono molto noti al grande pubblico, ma sono vicini a Vance e formano nodi importanti nella rete europea di cui fanno parte anche gli emissari di Meloni. Lontano dalle orecchie di Trump, che capiscono solo il linguaggio del “deal”, Vance e Meloni hanno molti argomenti di cui discutere e su cui concordare.
Le promesse di aumenti di spesa militare, acquisto di Lng americano e aggiustamenti sulla web tax – quelle sì faccende di competenza dei singoli stati – sono il prezzo minimo di ingresso negoziale che Trump impone a tutti gli alleati. Anche la visita di Vance è un’opportunità per consolidare il ruolo di Meloni. La premier sa che il vicepresidente ha vari registri. A Washington ha assunto il ruolo di pitbull di Trump, e quando il presidente dice dieci, lui dice cento. Ma ha anche preso il ruolo di fustigatore culturale dell’Europa che ha perso sé stessa e i suoi valori tradizionali per seguire le insegne dell’ideologia woke, concetto su cui Meloni è perfettamente allineata.
La presidente del Consiglio sa anche che Vance è a Roma per incontrare le gerarchie vaticane, che è un convertito al cattolicesimo in pellegrinaggio pasquale ed è anche il punto di riferimento politico di un movimento di intellettuali conservatori che dall’America è venuto a fare proseliti in Europa, trovando una base d’appoggio in particolare in Ungheria. Intellettuali come Gladden Pappin e Rod Dreher non sono molto noti al grande pubblico, ma sono vicini a Vance e formano nodi importanti nella rete europea di cui fanno parte anche gli emissari di Meloni. Lontano dalle orecchie di Trump, che capiscono solo il linguaggio del “deal”, Vance e Meloni hanno molti argomenti di cui discutere e su cui concordare. 18 aprile 2025
Fonte Link: editorialedomani.it







