La democrazia del capo e il rischio referendum
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ALESSANDRO DE ANGELIS
Benvenuti al Festival delle riforme, che sarà trasmesso dal Senato questa settimana. Le technicality – meglio chiamarli “imbrogli” – sono buone per cambiare canale, se uno non ha una perversa attrazione per i bizantinismi. Da un lato, quel furbone di Roberto Calderoli ha concesso a FdI una cosa finta per limitare un po’ i poteri del premier: può chiedere lo scioglimento solo se c’è una mozione di sfiducia approvata, cosa che non accadrà mai perché se i tacchini (i parlamentari) vedono il Natale (lo scioglimento) quella mozione non la faranno mai. Dall’altro, le opposizioni fanno finta di volere il cosiddetto modello tedesco, ma ancora non lo mettono nero su bianco perché sono convinte che si andrà a referendum e che lo possono vincere.
Per evitare il mal di testa, andiamo al dunque. La discussione è già tutta extra-parlamentare. L’una cerca il plebiscito. Praticato nel metodo: il rifiuto del confronto parlamentare. Predicato nel merito: un disegno di riforma che trasforma il “governo del capo” nella “democrazia di un capo”. Visione che si invera anche nella tentazione di candidarsi in tutte le circoscrizioni alle Europee, chiamando al voto su di sé. Insomma: la clava. Schema adatto alla sua indole ma, se non è solo una bandiera per le Europee e andrà fino in fondo, anche rischioso perché è difficile, in caso di sconfitta, separare il destino del governo dall’esito del referendum.
Però agli altri (le sgangherate opposizioni) si suggerisce prudenza su questa baldanza da referendum. Si può nutrire qualche perplessità che, di fronte al “concetto” di elezione diretta e alla voglia che c’è in giro (nel mondo) di “castigamatti” provi sincero sdegno un paese educato, da trent’anni, alla manomissione del Parlamento e al funerale dei partiti, alla democrazia del sondaggio e al leaderismo. Giuseppe Conte guida un partito che voleva aprire il Parlamento come una scatola di tonno e sostituirlo con Rousseau. La scatola è rimasta, ma il tonno (i parlamentari) ristretto nel giubilo collettivo perché giudicato costoso. Elly Schlein è una segretaria eletta dai passanti che medita, anche lei, di candidarsi alle Europee nel “one to one” contro la premier, a proposito di leaderismo. Cioè il populismo non è solo un disegno di legge, ma è già il terreno della contesa in cui pressoché tutti, chi più chi meno, hanno sguazzato.
E lo schema è proprio questo: ogni “capo”, facendo leva su di sé, mira a fare il pieno delle sue tribù, ovvero dei propri fedeli, contro le altre tribù. C’è chi, per mobilitare, canterà Bella ciao, chi userà il nome di Mattarella, chi sposterà l’attenzione sul governo perché l’occasione è ghiotta per mandare a casa Giorgia Meloni. Però sono tanti “no” che non hanno neanche un “sì” comune incorporato: né politico (inteso come alternativa di governo) né istituzionale, come pure accadde in passato quando la sinistra non si limitava a resistere ma sfidava (il Pd nacque anche per questo) sull’idea di una “democrazia decidente”. Molto diversa dalla riforma Meloni, ma che non considerava un tabù il tema del rafforzamento dei poteri del governo.
Tante tribù leaderistiche non fanno né un popolo “costituzionale” né una alternativa politica. Quando fu affossata la riforma Calderoli, c’era l’Ulivo che avrebbe vinto le elezioni l’anno dopo. Quando cadde Renzi, su quel no Berlusconi ricostruì il centrodestra dopo il Nazareno e i Cinque stelle la loro alternativa. Se sulla “democrazia del capo” si decide con un referendum solo tra capitribù e capetti può diventare un terno al lotto. 05 Febbraio 2024
Fonte: lastampa.it
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https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2024/02/05/news/la_democrazia_del_capo_e_il_rischio_referendum-14045617/?ref=LSHAE-BH-P1-S3-T1







