Home Rubriche Gian Carlo Marchesini VISITA AL SITIO DI ROBERTO BURLE MARX

VISITA AL SITIO DI ROBERTO BURLE MARX

442
0
Getting your Trinity Audio player ready...

Cartoline dal Brasile 

Roberto Burle Marx è stato nella recente storia artistica e culturale del Brasile un personaggio davvero singolare. Nato a San Paolo nel 1909, morto nel  1994,  di madre austriaca e di famiglia ricca, artista raffinato e grande edonista, omosessuale dichiarato, nel suo Sitio in Barra de Guaratiba, un’ora di macchina da Rio, aveva promosso e presiedeva un cenacolo di amici affini nel pensiero, nelle attività, nei diletti. Chi lo ha conosciuto racconta di grandi feste organizzate all’interno del Sitio, dove periodicamente si raccoglievano attorno al maestro e padrone di casa comitive di sodali  dediti a dibattiti filosofici, riti orfici e pratiche trasgressive. Le mangiate erano pantagrueliche e le bevute omeriche, musica raffinata accompagnava conversari dotti e danze tra agavi e buganville, tuffi in piscine e immersioni in ruscelli e sotto appropriate cascatelle contribuivano a smaltire i fumi delle sbornie , in un habitat realizzato a imitazione di un eden primitivo dove al lussureggiare della natura corrispondeva l’ozio coltivato nella forma artistica e la lussuria ben assecondata nei desideri del corpo.   

Roberto Burle Marx, oltre che pensatore e artista, era anche organizzatore e manager di notevolissima capacità propulsiva. Coltivava il bello in tutte le sue forme – la ristrutturazione del lungomare di Rio, sulle spiagge di Leblon, Ipanema e Copacabana, è stata ideata e diretta da lui. Ma è il Sitio di Guaratiba il suo capolavoro. Acquisito nel 1949 il terreno con casa padronale e annessa cappella  in uno stato di semiabbandono, Burle Marx, che già allora possedeva una avviatissima e fiorente collezione di piante tropicali,  l’ha nel tempo trasformato in oasi e paradiso della natura e dell’arte: allocando e coltivando all’interno dei  35 ettari complessivi oltre 3.500 specie vegetali, sistemandovi opere artistiche altrui e proprie,  ampliando, modellando e plasmando, scolpendo e dipingendo, accumulando nei quaranta anni di impegno appassionato un patrimonio di opere artigianali e artistiche di provenienza regionale, nazionale e di altri Paesi dell’America Latina. 

A guidarci nella visita al Sitio è una ragazza ricercatrice dell’Istituto di Botanica della facoltà di Agraria di Rio. La nostra guida appare subito efficiente e competente nella messa a disposizione sollecita di  notizie, nomi, dati e informazioni in larga messe. Passa così sotto i nostri occhi una sequenza incredibile di oggetti i più particolari e strani, dai tronchi pietrificati ai disegni ricavati dal lavoro dell’infiltrazione d’acqua, dai fossili di pesci alle sculture povere e colorate di Minas Gerais, dagli oggetti di arte popolare ai materiali di recupero – pietre, porte – abbandonate e inutilizzate altrove e riportate a vita all’interno delle strutture del Sitio: che si propone ad esempio di come la natura, attraverso l’intervento umano, possa trasformarsi in opera d’arte.  

Al suo interno vivono e prosperano tutte le possibili piante tropicali, dalla gigantesca orchidea tigre all’albero del cacao, dalle chicas al piticosperma, a piante  di cui non ricordo neppure il nome, impressionanti perché tengono al centro del loro ramificato cespuglio  enormi fiori rossi che assomigliano a uova  di un mostruoso Alien vegetale.   

L’intero gruppo pende dalle labbra della nostra accompagnatrice e guida, la quale evidenzia tratti e caratteristiche così insolite da meritare il dono di un piccolo ritratto. Innanzitutto, ricorda per l’aspetto fisico una sorta di geco sapiente, diafana e trasparente da restare  sospesi per il timore che all’improvviso possa sfaldarsi e sciogliersi.  E però parla e gesticola in preda a un raptus di energia incontenibile, per cui preme e incalza senza darci respiro. Sempre apparentemente sull’orlo del collasso, tesa e ipertiroidea, affilata ed estrema, non smette di parlare a raffica. Verrebbe da soccorrerla, ma esprime un tale allarme angosciato nello sguardo, un tale dolorante senso del dovere di cui sembra prigioniera, da incutere un timore quasi religioso. Il geco esangue, malgrado le apparenze, è colmo di una energia inaspettata:  parla, spiega e precisa come una macchina svizzera, detta i temi e i tempi trascinandoci e incalzandoci per i vasti appezzamenti e sezioni del Sitio, naufraghi sopra una zattera sospinti dai venti della tempesta. Alla fine del tour de force – tre ore senza respiro e battito di ciglio! –, ai saluti finali, dopo una performance così eroica mi viene spontaneo infilare la mano nel portafoglio per attingervi  almeno 50 meritatissimi riais. Vengo all’istante fulminato da uno sguardo gelido, il robottino sapiens mi porge la sua zampetta di membrana fredda, accompagnata da un sorriso in punta di imbarazzato spillo. Mi sento definitivamente congedato: non soltanto dal Sitio, ma dal mondo intero.      

Questo è il resoconto della visita, accompagnata da una indefettibile e superefficiente guida, a un paradiso botanico, a una casa-museo contenente oltre tremila  “oggetti di emozione poetica”, come  li definisce lui: un austriaco/brasiliano genialoide, uno sciamano esoterico, un artista poliedrico dal nome  solenne e un pò buffo di Roberto Burle Marx. 
 
Gian Carlo Marchesini