CINA: XINJIANG, PENA MORTE A CHI COMPIE GRAVI VIOLENZE
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(ansa.it) PECHINO – I responsabili di gravi violenze nel Xinjiang saranno condannati a morte. Domenica scorsa, 156 persone sono morte ad Urumqi, la capitale della provincia del Xinjiang, in scontri a sfondo etnico. L’annuncio di una raffica di sentenze capitali è stato dato dal segretario del Partito Comunista Cinese (Pcc) di Urumqi, Li Zhi, in una conferenza stampa. Li Zhi ha ricordato che secondo la legge cinese ai colpevoli di omicidio viene inflitta la pena capitale. Nella stessa conferenza stampa, il sindaco della città Jerla Isamudin ha sostenuto che "sotto la saggia direzione del Comitato regionale del Partito e del governo, la situazione è stata riportata sotto controllo".
PECHINO – Il presidente cinese Hu Jintao ha rinunciato a partecipare ai lavori del G8 all’Aquila ed e’ rientrato in patria precipitosamente per far fronte alla crisi nel Xinjiang, la regione del nordovest della Cina dove 156 persone sono state uccise nel fine settimana in scontri tra membri della minoranza etnica degli uighuri e forze dell’ordine.
Fonti giornalistiche riferiscono di episodi di linciaggio di uighuri da parte di cinesi di etnia han a Urumqi, capoluogo della regione cinese dello Xinjiang. Un giornalista dell’agenzia France Presse (Afp) racconta di aver assistito, attirato dalle urla, al violento pestaggio di un uomo a terra a calci e pugni da parte di una ventina di han armati anche di bastoni in un quartiere attiguo alla centrale piazza del Popolo. Un minuto dopo è intervenuta la polizia in tenuta antisommossa che ha disperso la folla e ha soccorso la vittima. Il giornalista dice di non aver assistito ad alcun arresto. Un testimone, un han, ha detto al giornalista dell’Afp che la persona attaccata è di etnia uighura. In un secondo episodio raccontato dal giornalista, un gruppo di han che stava leggendo sui giornali degli scontri interetnici dei giorni scorsi, ha cominciato a inseguire minacciosamente tre uighuri: due di essi sono riusciti a fuggire mentre un terzo è stato raggiunto e pestato per circa mezzo minuto da alcuni uomini e donne davanti a una folla che gridava "picchiate!, picchiate!".
Annunciando la decisione di Hu, che in precedenza ha compiuto una visita ufficiale di tre giorni in Italia, il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha sottolineato che la visita, nel corso della quale Hu Jintao ha incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stata "un grande successo". La delegazione cinese al G8 sarà guidata dal membro del Consiglio di Stato Dai Bingguo, aggiunge Nuova Cina. Testimoni riferiscono che stamattina la città di Urumqi, dove si è verificato il massacro, rimane tesa dopo una notte di coprifuoco. Reparti militari e della polizia pattugliano le strade in forze dopo che ieri sia gli uighuri che gli immigrati cinesi hanno protestato in piazza, rischiando di innescare nuove violenze. Secondo notizie non confermate, gruppi di uighuri armati di bastoni stanno fronteggiando la polizia in un quartiere musulmano. La stampa, a partire del Quotidiano del Popolo, il quotidiano del Partito Comunista, fa appello alla concordia e alla fratellanza tra i diversi gruppi etnici. I mezzi d’informazione cinesi sostengono che le vittime della violenza del fine settimana sono in gran parte civili cinesi attaccati dai giovani uighuri. I nazionalisti uighuri non negano che si siano verificati episodi di violenza contro gli immigrati ma solo dopo che la polizia aveva disperso con "eccessiva forza" una dimostrazione pacifica. Le orgini etniche delle 156 vittime delle violenze non sono state rese note dalle autorità.
400 LE VITTIME A URUMQI PER REBIYA KADEER
Sono state 400, secondo la dissidente uighura Rebiya Kadeer, le vittime della repressione di una manifestazione di uighuri domenica scorsa a Urumqi, capitale della regione cinese dello Xinjiang. La Cina ha parlato di 156 vittime, aggiungendo che la cifra definitiva potrebbe essere piu’ alta. In un articolo pubblicato oggi sul Wall Strweet Journal la Kadeer, un’imprenditrice di 62 anni che vive in esilio dal 2005, non fornisce ulteriori spiegazioni sulla cifra, mentre sostiene che incidenti ”potrebbero” essersi verificati anche nelle citta’ di Kashgar, Yarkand, Aksu, Khotan e Karamay, anche se ”e’ difficile da dire a causa della propaganda dello Stato cinese”. Notizie ”non confermate”, prosegue la dissidente, parlano di cento uighuri uccisi a Kashgar.
La dissidente, che ha passato sei anni in prigione prima di essere liberata in occasione di una visita in Cina dell’ allora segretario di Stato Condoleezza Rice, ricorda che la manifestazione di Urumqi era stata convocata per protestare contro l’inazione della polizia, che non ha trovato i colpevoli dell’ assassinio di due giovani immigrati uighuri a Shaoguan, nel sud della Cina. La Kadeer conclude affermando che ”per correggere la situazione nel Turkestan dell’ Est (il nome che i nazionalisti danno al Xinjiang), il governo cinese deve prima di tutto indagare seriamente sugli omicidi di Shaoguan e portare in giudizio i responsabili”, e in secondo luogo ”aprire un’ inchiesta indipendente sui fatti di Urumqi in modo che sia gli uighuri che i cinesi han possano capire le ragioni dei fatti di domenica”.
MOSCA, PROBLEMA ESCLUSIVAMENTE INTERNO
Mosca ritiene che sia un "affare esclusivamente interno" di Pechino la crisi nel Xinjiang, la regione cinese dove 156 persone sono state uccise nel fine settimana in scontri tra membri della minoranza etnica degli uighuri e forze dell’ordine. Lo riferisce l’agenzia Interfax citando il ministero degli esteri russo. "Vogliamo sottolineare che la parte russa guarda al Xinjiang come ad una parte integrante della Cina e ritiene che tutto quel che succede in quella regione sia un affare esclusivamente interno", ha dichiarato Mosca, auspicando che i passi delle autorità cinesi normalizzino la situazione. Il ministero degli esteri russo ha espresso anche le condoglianze a parenti e amici delle vittime.







