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Giuli furioso licenzia lo staff. Il ministero è il Vietnam di FdI

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Alessandro Giuli,
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Alessandro Giuli,

Lisa Di Giuseppe
Fuori il capo della segreteria tecnica per il mancato finanziamento al film su Regeni. Il ministro soffre le intromissioni di Fazzolari e Mollicone. Situazione al Mic fuori controllo

«O mi fate fare il ministro, o me ne vado». Sarebbe stato pressappoco questa la condizione, prendere o lasciare, che il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, avrebbe posto alla presidente del Consiglio per restare al suo posto. Davanti al bivio, la presidente del Consiglio avrebbe accettato la richiesta di Giuli, pur di tenerlo al suo posto, ma nella consapevolezza che il ministero della Cultura per i Fratelli d’Italia è e rimane una palude.

Sarebbe questa la conversazione all’origine del terremoto che ha scosso il dicastero di via del Collegio romano. Giuli ha licenziato il suo capo della segreteria tecnica, Emanuele Merlino, ed Emanuela Proietti, alla guida della segreteria personale del ministro. Un azzeramento dello staff, anticipato dal Corriere della Sera, che ufficialmente sarebbe dipeso per Merlino dalla gestione della vicenda del mancato finanziamento al documentario su Giulio Regeni, di cui il ministro ha letto sui giornali, e per Proietti dal fatto che non si sia presentata in aeroporto per partecipare con il ministro e il resto dei dirigenti a una trasferta a New York.

Palude

Ma le ragioni ufficiali non sarebbero che la superficie di un caos endemico. Giuli, noto per il suo atteggiamento umorale, avrebbe voluto vedere delle teste cadere dopo una serie di fughe di notizie che l’ex direttore del Maxxi ha attribuito – a torto o a ragione – al suo staff. Il ministro si fida solo della sua cerchia più ristretta e, come spesso accade negli ambienti meloniani, teme il complotto a ogni passo. Ad alleviare queste angosce non contribuiscono due figure di primo rilievo che gli sono state imposte dal partito come Proietti e Merlino: la prima è un astro nascente di FdI Umbria, mentre il secondo è da tempo un uomo di fiducia di Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario alla presidenza di Meloni.

Dopo un passato all’ufficio studi di partito, il mentore della presidente ha pensato per lui a un incarico di peso, ma nell’ombra: Merlino è stato destinato fin da inizio legislatura a prendere il controllo di un ministero cruciale. Durante la prima parte di mandato l’aspettativa di palazzo Chigi era anche quella che arginasse un ministro straripante come Gennaro Sangiuliano: dopo le sue dimissioni, è rimasto in eredità a Giuli, che non è mai stato felice della presenza di quello che considerava l’agente di Fazzolari per commissariarlo.

Oltre a lui, c’è un’altra figura che occuperebbe spazio eccessivo al ministero: il caposegreteria del presidente della commissione Cultura Federico Mollicone, Carlo Prosperi. «Sta più al ministero che a Montecitorio» si sarebbe sfogato il ministro con i suoi.

Sulla lista degli “infedeli” figurerebbe anche Valentina Gemignani, capo di gabinetto arrivata dal ministero dell’Economia che avrebbe indispettito il ministro prendendosi troppe libertà nella spending review ministeriale, racconta chi conosce bene i corridoi del ministero. Un mese e mezzo fa lo scontro, poi rientrato anche – dicono – grazie a un interessamento del presidente del Senato e fondatore di FdI Ignazio La Russa. Che, a sua volta, è considerato anche il punto di riferimento del nuovo sottosegretario alla Cultura, Giampiero Cannella.

Non è dunque una coincidenza che colei che viene raccontata come la persona di cui l’ex fogliante si fida di più sia Chiara Sbocchia, la sua segretaria particolare che l’ha seguito dal Maxxi. Insomma, l’occasione di liberarsi di chi percepiva come limite al suo raggio d’azione era ghiotta e, con il via libera di Meloni, il ministro l’ha colta. Mettendo anche in conto la furia di Fazzolari, non esattamente entusiasta dell’allontanamento del suo uomo.

Resta da vedere se l’intervento di Giuli cambierà le cose o se il ministero resterà il Vietnam di Fratelli d’Italia. Di sicuro, la tensione nel governo si continua a tagliare col coltello, e la ragione sta tutta nelle dinamiche interne al partito di Meloni: mentre al ministero si scontrano le correnti di Fazzolari e La Russa, Giuli nelle ultime settimane non soltanto si è lasciato andare a polemiche a scena aperta con il collega Matteo Salvini sul suo presunto assenteismo, ma è arrivato anche a litigare con uno dei suoi migliori amici, Pietrangelo Buttafuoco, sull’invito della delegazione russa alla Biennale di Venezia.

Un conflitto che ha messo in imbarazzo il governo, da cui la premier non solo si è tirata fuori ribadendo pubblicamente l’autonomia dell’istituzione veneziana, ma decidendo di non intervenire su Buttafuoco – e quindi accettando di gestire le ire del ministro.

Che, tuttavia, in questo scontro è dovuto scendere in campo contro uno dei suoi principali sponsor: nel dopo-Sangiuliano, la stima di Buttafuoco per Giuli, oltre agli ottimi rapporti tra lui, sua sorella – oggi dipendente della Camera – e i vertici di partito sono stati essenziali per portare Meloni a mettere da parte le perplessità di Fazzolari e altri dirigenti preoccupati del suo temperamento. In Rai ancora si raccontano aneddoti sulle sue sfuriate leggendarie, quando si scontrava con direttore di turno, colleghi o coconduttori e scompariva dalle riunioni dei programmi in cui lavorava per giorni.

In ogni caso, il ministro non si fa problemi e continua dritto per la sua strada, almeno secondo quel che riferisce chi ci ha parlato nelle ultime ore: «Sto sempre sui giornali, almeno ci sto per una mia decisione». 10 maggio 2026 

Fonte Link: editorialedomani.it