Il discorso della resa di Kamala Harris tra delusione e orgoglio: «Accetto il risultato ma non lascio la lotta»
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Massimo Gaggi
La vicepresidente ha parlato nella sua ex università davanti al popolo democratico: aiuteremo nella transizione dei poteri. Biden invita il repubblicano alla Casa Bianca
«Non è il risultato che volevo, ma il mio cuore è comunque pieno di gratitudine e orgoglio per quello che abbiamo fatto in questi 107 giorni di campagna elettorale costruendo comunità, creando nuove coalizioni sociali che terranno accesa la luce che brillerà sempre luminosa: quella del valori, degli ideali che riflettono il meglio della nostra nazione. Non molliamo, continuiamo a lottare». Davanti al popolo democratico, soprattutto giovani universitari e volontari della sua campagna che hanno riempito il campus della Howard University, storico ateneo afroamericano di Washington, ieri pomeriggio Kamala Harris ha concluso con un discorso breve e vigoroso la sua avventura elettorale.
Ha ammesso la delusione, ha mostrato di capire la gravità politica della sconfitta quando ha notato, con una punta di malinconia che «è quando il cielo è più buio che riesci a vedere bene le stelle, miliardi di stelle che devono darci la luce dell’ottimismo». Poi ha invitato tutti a non disperare: «È il momento di rimboccarsi le maniche, non di lasciarsi andare». E ha scandito il suo messaggio di civiltà politica e correttezza istituzionale: «Ho chiamato Trump per concedere l’elezione. Ma non concedo i valori della nostra lotta politica e degli ideali che hanno riempito questa campagna: accettiamo il risultato e assicureremo un pacifico trasferimento dei poteri mettendo al primo posto il rispetto della Costituzione e non il potere di un leader come si fa nelle monarchie o nelle tirannie».
Sigillo di una giornata che, dopo gli incubi notturni dei democratici, si era aperta con l’invettiva del reverendo nero Al Sharpton, grande fan della Harris, contro «la misoginia degli ispanici e anche di una parte degli afroamericani» pronunciata nello studio della rete progressista MSNBC dove la conduttrice Mika Brzezinski lo aveva accolto vestita a lutto: abito nero e sciarpa nera in un’altra giornata novembrina dalle temperature agostane. Kamala, che martedì si era rifiutata di concedere la vittoria a Trump sperando in un miracolo notturno ben presto apparso impossibile, ieri, prima di andare a parlare al suo popolo, ha telefonato a Trump offrendogli le congratulazioni di rito per la sua vittoria. Un passaggio scontato in passato, ma non dopo che, quattro anni fa, il leader repubblicano si era rifiutato di concedere la vittoria a Joe Biden: il presidente che ieri l’ha invitato alla Casa Bianca per avviare un «ordinato processo di trasferimento dei poteri», cercando di contribuire a riportare l’America sui binari di corretti rapporti istituzionali.
Nella notte Kamala sicuramente ha visto i fantasmi man mano che davanti ai suoi occhi passavano i numeri di una sconfitta personale, prima ancora che del suo partito: quasi ovunque deputati e senatori democratici, anche quando sono usciti sconfitti, hanno preso molti più voti di Harris. E i referendum sull’aborto, che avrebbero dovuto funzionare da traino per lei e per il suo partito, si sono rivelati elettoralmente irrilevanti: sono stati approvati in tutti gli Stati (9) nei quali sono Stati presentati, eccetto la Florida. Ma ovunque si è assistito a un voto disgiunto: in Missouri, ad esempio, il 52 per cento degli elettori si è espresso per il diritto all’aborto, ma solo il 40 per cento ha votato per Kamala.
Anche i rilievi sul sessismo di una parte dell’elettorato democratico, che hanno il loro peso, non spiegano tutto. In Michigan la candidata democratica al Senato, Elissa Slotkin, da tempo in netto vantaggio sul repubblicano Mike Rogers, un mese fa aveva suonato l’allarme: «Kamala è underwater», sott’acqua. Senza aggiungere, ma era sottinteso, che la debolezza della candidata alla presidenza rischiava di tirare a fondo anche lei. Alla fine Slotkin l’ha spuntata anche se per una manciata di suffragi (19 mila), mentre Trump ha superato la Harris di 80 mila voti in questo Stato che quattro anni fa era stato conquistato da Biden di misura ma non proprio sul filo di lana.
Alla fine forse, più ancora del rammarico per il maschilismo dell’elettorato Usa — un dato di fatto col quale sapeva da tempo di dover fare i conti — a Kamala deve essere bruciato il fatto che l’attesa onda possente delle donne non si è materializzata: ha avuto la maggioranza del voto femminile, come previsto, ma non è andata oltre un modesto 54 per cento: non proprio una valanga. 7 novembre 2024
Fonte Link: corriere.it







