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OPS – CERERE

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CERERE

Ceres, -eris (cfr. georg. I 6, 339, 343, 347, 349) cfr. Dumézil. Il nome Cerere deriva dalla radice di cresco, è un nome astratto, rappresenta la crescita personificata. in Georg. I 345-47 riferimento alla cerimonia degli ambarvalia cfr Dumézil pag. 209-211

Demetra, come dice Erodoto1, è una delle più antiche divinità della razza pelasgica al suo stato primitivo. Veniva adorata anche ad Argo, con il soprannome di Pelasgis, in un tempio che si diceva fondato da Pelasgo, figlio di Triopa2.

Si dice che anche gli Arcadi conservarono il suo culto sotto il nome di Pelasgis; il tempio della dea alle Termopili fu considerato di origine pelasgica e la sua fondazione era fatta risalire ad Acrisio3. Il culto di Demetra non sembra avere meno importanza presso gli Achei, presso i discendenti dei quali questa divinità diviene più tardi la dea nazionale per eccellenza, con il soprannome di Achaia e di Panchaia. In compenso, originariamente non era conosciuta dai Dori; sappiamo anche, da alcune testimonianze, che nei primi tempi della loro invasione nel Peloponneso erano ostili a questa divinità e tentarono di eliminarla. Ma malgrado questa ostilità, anche nel territorio occupato dai Dori la religione di Demetra si mantenne come un retaggio dell’epoca anteriore e poi riapparve gradualmente. Ma è diffusa in tutta la sua grandezza presso le altre popolazioni della Grecia.

Nella poesia omerica Demetra è già una delle grandi divinità, ma il suo culto è ancora rappresentato come principalmente concentrato a Creta e in Tessaglia. Per Omero, come per Esiodo, Demetra è unita coniugalmente a Zeus, di cui è sorella, figlia come lui del Titano Crono. Esiodo parlava del culto di Demetra a Eleusi. Eleusi, si sa, fu il punto in cui la religione di Demetra subì la più decisiva trasformazione. È lì che questa religione si configurò definitivamente nella forma di misteri regolari. La più antica forma di questi misteri ci è rivelata dall’inno omerico a Demetra,inno composto in vista delle cerimonie eleusine.

Per il nome di Δημήτηρ, a fianco del quale abbiamo anche le forme Δήμετρα e Δημήτειρα, l’etimologia più generalmente ammessa e anche la più verosimile è quella che la interpreta come Δ -μήτηρ per Γ– μήτηρ, «la Terra madre». Aggiungiamo che la forma δ per γ molto probabilmente può essere quella dell’antico pelasgo, perché nell’albanese, che sembra aver conservato molte delle parole di questa lingua, il termine per dire «terra» è δέε. Ciò che rende l’etimologia di Δ μήτηρ per Γ μήτηρ estremamente probabile è che Demetra è in effetti incontestabilmente una delle personificazioni della terra, terra come divinità primordiale del principio femminile, come la madre universale. Da questo punto di vista è intimamente imparentata con la RHEA cretese, con la CYBELE dell’Asia Minore e con le dee-madri dell’Italia primitiva, come la BONA DEA, OPS o la FORTUNA Primigenia di Preneste. Ma Demetra si mostra con una personalità nettamente distinta da quella di Gê o GAEA, e la differenza tra queste due divinità è molto ben espressa da Ovidio:


Officium commune Ceres et Terra tuentur:

Haec praebet caussam frugibus, illa locum4.


In effetti Gê è la terra presa nella sua realtà materiale; Demetra, al contrario, è la terra considerata specialmente come produttrice della vegetazione e dei frutti necessari all’alimentazione dell’uomo. Dalla concatenazione di queste idee deriva la triplice natura di Demetra come dea dell’agricoltura, come dea che presiede alla costituzione delle società umane e in particolare all’istituzione delle sacre leggi del matrimonio, infine di divinità infernale che presiede alle sorti dei defunti scesi nelle regioni sotterranee. Ad Atene, Gê Kourotrophos era adorata nello stesso tempio con Demetra Cloe, presentata come sua figlia5. A Patre, in Acaia, Pausania6 osserva l’associazione di Gê, Demetra e Kore in un culto comune. La distinzione di queste personalità era ormai abbastanza completa.

Demetra si presenta generalmente, nel culto come nella leggenda mitologica, mai da sola, ma associata a sua figlia Persefone, anche detta Kore, la «figlia» per eccellenza. «La madre e la figlia», Μήτηρ καὶ Κούρη, o «la più anziana e la più giovane», πρεσβυτέρα καὶ νεώτερος, che formano una coppia davvero indissolubile, chiamata τὼ Θεὼ, «le due dee per eccellenza» διώνυμοι Θεαί, o ancora «le auguste, le venerabili», αἱ Σεμναὶ, αἱ Πότνιαι, infine e più spesso «le Grandi Dee» Μεγάλαι Θεαί.     __________________

1 Her. II, 171, 2-3:

Anche intorno all’iniziazione di Demetra che i Greci chiamano “Tesmoforie”, anche su questo si faccia silenzio, se non per dire quanto è lecito: furono le figlie di Danao che portarono dall’Egitto questo rito e lo insegnarono alle donne pelasgiche. Più tardi, quando gli abitanti del Peloponneso furono scacciati dai Dori, la cerimonia andò in disuso; ma la conservarono gli Arcadi, i soli rimasti dei Peloponnesiaci e che non furono costretti ad emigrare.

2Paus. II, 22, 1:

Dirimpetto al loro monumento funebre c’è un santuario di Demetra denominata Pelasgide dal nome di chi fondò il santuario e cioè di Pelasgo figlio di Triopa, il cui sepolcro non è lontano dal santuario stesso.

3Callimach. Epigr. XXXIX:

A Demetra protettrice della porta,

cui Acrisio il Pelasgo

costruì questo tempio, e alla sua figlia infera

questi doni

Timodemo di Naucrati

dedicò, decima dei suoi proventi: ne aveva fatto voto.

4Ov. Fast. I, 673-674:

«Hanno Cerere e Terra comune l’ufficio; ché quella

fa germinare i semi, questa li chiude in seno».

5Paus. I, 22, 3:

«Vi sono anche i santuari di Gea Curotrofo e di Demetra Cloe». Poco o nulla sappiamo di questi monumenti.

6Paus. VII, 21, 11:


BIBLIOGRAFIA

C. V. Daremberg, E. Saglio, Dictionnaire des antiquités, Paris, 1877, s. v. Aiora, pp. 1189-1191.

R. Del Ponte, Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralita romano-italica, 3. ed. riv.,Genova : ECIG, 1998.

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