Independence day, Trump sul palco dopo il rinvio per il maltempo: “Siamo più ricchi e forti che mai”
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Paolo Mastrolilli
Scatta l’allerta, il pubblico invitato a trovare un rifugio. Il presidente: “Parlerò a ogni costo”. Alla fine l’emergenza rientra. Nuovo attacco: “Non vogliamo comunisti”.
Perché si è alleato con il comunista Putin!LB [LINK]
Washington – Bandiere che hanno fatto la storia degli Stati Uniti, salutate sul palco da eroi che quella storia l’hanno fatta o testimoniata in prima persona. Per l’ultimo atto della lunga celebrazione del duecentocinquantesimo compleanno degli Stati Uniti, quasi saltato ieri sera a causa di una tempesta di fulmini troppo vicina al Mall di Washington, il presidente Trump ha scelto un approccio un po’ più istituzionale rispetto alle ultime uscite, che sembravano comizi elettorali rivolti al solo pubblico Maga. Poi però è stato più forte di lui, e non è riuscito ad evitare di lamentarsi di come l’ha trattato il sistema giudiziario, lanciare l’ennesimo attacco al comunismo per colpire in realtà i democratici socialisti che lo sfidano e lo imbarazzano sul tema dell’affordability, e spronare il Congresso ad approvare la legge Save America Act con cui spera di evitare la sconfitta alle midterm di novembre.
Il ritardo per il maltempo
Il discorso ha rischiato di saltare, perché una tempesta di fulmini pericolosamente vicina al Mall di Washington ha costretto le autorità di polizia ad evacuare la zona del comizio. Trump però non ha mollato, e passato il pericolo si è presentato sul palco poco dopo le undici della sera: “Siamo un solo popolo, una sola famiglia con una sola bandiera e, come ci insegna la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio Onnipotente”. Ha ringraziato i sostenitori rimasti dopo la tempesta, esagerando come d’abitudine i numeri: “Si stimava la presenza di 375.000 persone prima che tutti dovessero allontanarsi. E ora ce ne sono 150.000. È una cosa incredibile, mai vista prima!”.
In realtà gli spazi vuoti lasciavano supporre numeri più bassi, ma gonfiarli è la consuetudine per Trump. “Per 250 anni – ha proseguito – gli Stati Uniti d’America sono stati la speranza, la promessa, la luce e la gloria tra tutte le nazioni del mondo e, con l’aiuto di Dio, possiamo continuare a esserlo o addirittura migliorare. Qui, sul nostro National Mall, celebriamo il trionfo della libertà sulla tirannia, la vittoria della libertà sull’oppressione e il successo duraturo dello spirito americano, dal 4 luglio 1776 al 4 luglio 2026. Stasera, il nostro Paese è più forte, più libero, più ricco, più sicuro e più orgoglioso che mai. L’America è una nazione di vincenti e oggi sta vincendo di nuovo”. [in Ucraina da alleati di Putin da traditori, state perdendo]
Il discorso del presidente
“Hitler d’America” ed “eroina culturale”: così JD Vance definiva anni fa Donald Trump.LB
Durante il discorso ha evocato gli eroi americani, da Davy Crockett ai fratelli Wright, fino ai Marines che combatterono a Iwo Jima. Ha chiamato sul palco l’equipaggio della navicella spaziale Artemis II: “Andremo sulla Luna e da lì proseguiremo verso Marte”. Ha invitato i veterani della Seconda Guerra Mondiale, la Corea e il Vietnam, per rendere omaggio a bandiere storiche, inclusa una che aveva sventolato durante il D-Day dello sbarco in Normandia, e un’altra drappeggiata sulla bara di Abraham Lincoln.
Poi ha mostrato l’ultimo stendardo americano che aveva sventolato sul Checkpoint Charlie di Berlino, per rilanciare l’attacco al comunismo risorgente negli Usa: “La bandiera a stelle e strisce ha già relegato falce e martello nell’oblio in passato, e lo farà di nuovo se necessario. [Eppure è alleato di Putin nella invasione dell’Ucraina] Il comunismo ha mostrato il suo volto orribile proprio qui in America. È come un cancro: bisogna estirparlo, e bisogna farlo in fretta. Non vogliamo i comunisti, non ne abbiamo bisogno e l’America non diventerà mai un Paese comunista”. In realtà è un partito che negli Usa praticamente non esiste, ma il capo della Casa Bianca lo usa come spauracchio per attaccare i democratici socialisti, sospinti dal tema del carovita che li ha favoriti nelle primarie per le midterm di novembre.
Trump poi si è vantato di aver difeso le armi nelle mani dei cittadini: “Nei quasi sei anni della mia presidenza, ho difeso con estrema fermezza il Secondo Emendamento. Non l’hanno toccato affatto. Non è stato facile, ma lo abbiamo protetto e continueremo a farlo con forza e cautela”.
Il presidente, tornando istituzionale, ha sottolineato come “nel corso delle generazioni, gli americani hanno combattuto, versato sangue e dato la vita non solo per garantire i diritti della Costituzione, ma per estenderli a cittadini di ogni razza, religione, colore e credo, perché siamo un unico popolo, un’unica famiglia. Lo avete dimostrato stasera, uniti sotto un’unica bandiera”. E ha rimesso anche la fede religiosa al centro del progetto: “La Dichiarazione d’Indipendenza ci insegna che siamo tutti creati a immagine di un unico Dio Onnipotente, una cosa che un comunista non direbbe mai, questo è certo”.
Infine ha lanciato una nuova offensiva per cercare di condizionare il risultato delle elezioni di novembre, esortando il Congresso ad approvare la legge “Save America Act”, che impone l’identificazione degli elettori e limita il voto per corrispondenza, perché queste misure svantaggiano i democratici. La legge per ora è ferma in Parlamento, ma il capo della Casa Bianca ha assicurato che “non ci sarà il voto per posta, salvo alcune eccezioni legate a malattia, disabilità, servizio militare o viaggi”.
Il pubblico rimasto era tutto Maga, a conferma del fatto che queste non sono state le celebrazioni per l’anniversario della nascita degli Stati Uniti, ma un appuntamento elettorale per motivare la base di Trump in un momento di difficoltà legata anche alla guerra in Iran, nonostante sia sia vantato di averla vinta. Lo scopo era mobilitare i suoi sostenitori, per evitare una sconfitta pesante a novembre. 05 Luglio 2026
Fonte Link: repubblica.it
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