Home Sokrates Italo Calvino LO SPETTATORE

LO SPETTATORE

440
0

Ci sono stati anni in cui andavo al cinema quasi tutti i giorni e magari due volte al giorno, ed erano gli anni tra diciamo il trentasei e la guerra, l’epoca insomma della mia adolescenza. Anni in cui il cinema è stato per me il mondo. Un altro mondo da quello che mi circondava ma per me solo ciò che vedevo sullo schermo possedeva le proprietà d’un mondo, la pienezza, la necessità, la coerenza, mentre fuori dello schermo s’ammucchiavano elementi eterogenei che sembravano messi insieme per caso, i materiali della mia vita che mi parevano privi di qualsiasi forma. Il cinema come evasione, si è detto tante volte, con una formula che vuole essere quasi di condanna, e di certo a me il cinema allora serviva a quello, a soddisfare un bisogno di spaesamento, di proiezione della mia attenzione a uno spazio diverso, un bisogno che credo corrisponda a una funzione primaria dell’inserimento nel mondo, una tappa indispensabile d’ogni formazione.

Certo per crearsi uno spazio diverso ci sono anche altri modi, più sostanziosi e personali: il cinema era il modo più facile e a portata di mano, ma anche quello che istantaneamente mi portava più lontano. Ogni giorno, facendo il giro della via principale della mia piccola città, non avevo occhi che per i cinema, tre di prima visione che cambiavano programma ogni lunedì e giovedì, e un paio di stambugi che davano film più vecchi o scadenti. Già sapevo in precedenza quali film davano in ogni sala, ma il mio occhio cercava i cartelloni piazzati da una parte, dove s’annunciava il film del prossimo programma, perché era là la sorpresa, la promessa, l’aspettativa che m’avrebbe accompagnato nei giorni seguenti. […] Quando invece ero entrato al cinema alle quattro o alle cinque, all’uscirne mi colpiva il passare del tempo, il contrasto tra due dimensioni temporali diverse, dentro e fuori del film. Ero entrato in piena luce e ritrovavo fuori il buio, le vie illuminate che prolungavano il bianco-e-nero dello schermo. Il buio attutiva la discontinuità tra i due mondi e un po’ l’accentuava, perché marcava il passaggio di quelle due ore che non avevo vissuto, inghiottito in una sospensione del tempo, o nella durata di una vita immaginaria, o nel salto all’indietro nei secoli. Un’emozione speciale era scoprire in quel momento che le giornate s’erano accorciate o allungate: il senso del passare delle stagioni (sempre blando nella località temperata in cui vivevo) era all’uscita del cinema che mi raggiungeva. Quando nel film pioveva, tendevo l’orecchio per sentire se s’era messo a piovere anche fuori, se m’aveva sorpreso un acquazzone essendo scappato di casa senza ombrello: era l’unico momento in cui, pur restando immerso in quell’altro mondo, mi ricordavo del mondo di fuori; ed era un effetto angoscioso. La pioggia ancor oggi risveglia in me quel riflesso, un senso d’angoscia.

Italo Calvino
"Autobiografia di uno spettatore"

SOKRATES n°3 – 24 Aprile 1996