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Il mio posto è qui di Daniela Porto

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Il mio posto è qui

Il mio posto è qui, di Daniela Porto, narra un’altra storia di emancipazione femminile ambientata nel Meridione d’Italia. Un’altra perché sono parecchie le storie di sud e dintorni raccontate ultimamente, sia sotto forma di romanzo (uno per tutti, Oliva Denaro di Viola Ardone) sia sotto forma di film (C’è ancora domani di Paola Cortellesi). Anche dal libro di Porto è stato tratto un film, co-diretto dall’autrice e da Cristiano Bortone, che si è già aggiudicato il premio David Giovani e che sarà presentato a Parma alle h.21 presso il cinema Astra il 15 Maggio in presenza degli autori. Il romanzo invece sarà presentato alle 19 e sarà seguito da un buffet.

Leggendo o guardando queste narrazioni, all’inizio si rimane perplesse. Perché raccontare vicende della Calabria anni ’40, come nel libro in questione, o della Sicilia anni ’70, come in quello di Viola Ardone, quando, di certo, ce n’è di altrettanto numerose ai nostri giorni? Ma man mano che ci si addentra nella lettura, il motivo diventa lampante: è necessario raccontarle perché non solo preludono all’oggi, ma ne sono anche metafora. Non si racconteranno mai abbastanza storie di emancipazione, perché ancora adesso in Italia, per la donna, c’è discriminazione, pregiudizio maschilista e peggio, tanto a nord quanto a sud. A nord ha commosso tutti l’emblematica vicenda di Giulia Cecchettin, mentre a sud, in Calabria, solo pochi anni fa, una giovane imprenditrice, Maria Chindamo, è stata gettata in pasto ai maiali perché aveva osato affermare la sua indipendenza sia in campo sentimentale che lavorativo. Ben vengano dunque le narrazioni di questo tipo, dovunque e in qualunque epoca siano ambientate.

Il mio posto è qui, nella fattispecie, narra la storia di Marta, ragazza di un piccolo paese calabro a cavallo tra il mare e le montagne. Una vita faticosa ma pulita, la sua, con un grande amore ricambiato per Michele. Il giovane deve partire per la Seconda guerra mondiale, e lei gli si concede una notte, con grande naturalezza e semplicità da entrambe le parti. Marta però rimane incinta e per il paese è svergognata, mentre dopo cinque anni Michele non è ancora tornato dalla guerra ed è dato per morto. Marta vive a casa dei suoi ed alleva da sola il figlio Michelangelo. Come sempre, le peggiori guardiane del patriarcato sono le sue vittime, così che non può contare sulla solidarietà della madre e poco su quella della sorella. Nella sua situazione, ha meno che mai voce in capitolo, così è costretta ad accettare la proposta di matrimonio di Gino, un vedovo cinquantenne con dei figli già sposati e due ancora in casa di otto e dieci anni, che ha bisogno di una moglie per mandare avanti la baracca. Marta, benché non lo ami – e come potrebbe, nemmeno lo conosce-è rassegnata al suo destino, quando trova un aiuto insperato in Lorenzo, “l’uomo dei matrimoni”, un gay (un tempo, maschilisticamente, lo si chiamava “invertito”) che il prete del paese, con l’intento di redimerlo, ha preso come aiutante e che mette a disposizione il suo gusto e la sua raffinatezza per l’organizzazione dei matrimoni delle giovani del paese. È lui che sostiene Marta e la dà l’idea per una possibile emancipazione. Inedita ma non inverosimile alleanza, nella Calabria anni’40, quella tra un omosessuale e una donna in qualche modo emarginata, che deve vincere i pregiudizi radicati pure in lei prima di aprirsi all’amicizia per Lorenzo. Più di così non possiamo svelare, ma certo Marta e Lorenzo dovranno lottare contro un ambiente ostile e ristretto, efficacemente reso nel libro, con le sue comari, i suoi raduni esclusivamente maschili al bar, il mercato settimanale, tra le poche occasioni di uscita per le donne, insieme a Messa e rosari. I capitoli finali sono davvero di grande tensione, perché fino alla conclusione il destino di Marta rimane in sospeso.

Ben sviluppato il personaggio di Marta, timida e schiva all’inizio, ma che ha dentro di sé il coraggio, la determinazione e la tenacia di tante donne meridionali. Come una crisalide, esce dal bozzolo e fa scelte indipendenti che la portano a decidere di sé e scoprire chi è veramente.

I dialoghi tra i personaggi sono perlopiù in calabrese, e anche se chi scrive è generalmente contro gli innesti di dialetto sull’italiano, deve riconoscere che sono assolutamente chiari, comprensibili e per niente faticosi da leggere.

Anche il personaggio di Lorenzo ha il suo arco di sviluppo, che ci fa capire che a volte non è necessario andarsene per trovare se stessi. Tra chi va e chi resta, ciascuno ha il suo proprio posto, dal quale può contribuire a cambiare le cose.

Oltre alla dimensione corale, cui abbiamo già accennato, il libro, seppure sullo sfondo, ha anche una dimensione politica, perché ricorda gli sforzi dei comitati di DC e PCI, ma soprattutto di quest’ultimo, per aiutare le donne nel loro difficile percorso di emancipazione, con iniziative come conferenze, centri di formazione e supporto legale.

Francesca Avanzini