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INTERVENTO DI FULVIO ESPOSITO

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Prof. Fulvio Esposito
Parassitologia – Università di Camerino

Reclutamento e formazione dei giovani ricercatori

Mettiamo un po’ d’Europa nel nostro sistema: la Carta Europea dei Ricercatori ed il Codice di Condotta per il loro Reclutamento

Vorrei riprendere in questo mio intervento un argomento già toccato da Francesco Balsano nella sua introduzione e cercare di riportare all’attenzione degli organi di governo del sistema italiano della ricerca un documento importante, che tutti abbiamo sottoscritto, ma che quasi tutti abbiamo poi un po’ dimenticato: la Carta Europea per i Ricercatori ed il Codice di Condotta per il Reclutamento dei Ricercatori (www.europa.eu.int/eracareers/europeancharter).

Di che si tratta? Da un punto di vista formale, la Carta ed il Codice sono una "Raccomandazione" della Commissione Europea, trasmessa agli Stati Membri l’11 Marzo 2005. In concreto, sono principi di comune buonsenso, densi però di significato.

Va subito chiarito che, in questa Raccomandazione, il termine ‘ricercatori’ non indica una qualifica o una fascia della docenza, ma è riferito a tutti i "professionisti della ricerca", secondo la definizione riportata nel Manuale di Frascati dell’OCSE. E’ curioso che i luoghi d’Italia siano sempre associati a passaggi importanti dell’evoluzione dello Spazio Europeo della Ricerca e dell’Alta Formazione (il Manuale di Frascati, il Processo di Bologna, gli stessi Trattati di Roma) e poi il sistema universitario italiano, nei suoi meccanismi di reclutamento e progressione di carriera e nei suoi assetti di governance, sia così poco europeo.

Oggi, la Carta Europea per i Ricercatori ed il Codice di Condotta per il Reclutamento dei Ricercatori possono fornire al governo, ed in particolare al MiUR, lo stimolo e lo strumento per tentare di dare finalmente vita ad un processo di europeizzazione del sistema.

Nella Carta – e vengo direttamente al tema della nostra Tavola Rotonda – si chiede agli Stati Membri di curare particolarmente le condizioni di formazione e di lavoro nelle fasi iniziali delle carriere dei ricercatori, così da rendere questa professione attrattiva per le giovani generazioni. Insomma, trasferita al nostro sistema, questa sollecitazione si traduce in più investimenti e, soprattutto, in più considerazione per dottorandi, titolari di assegni di ricerca, ricercatori a tempo determinato. Con la bozza del bando PRIN 2007, aprendo a queste categorie la piena visibilità, conferendo loro una sorta di ‘certificato di esistenza in vita’, si era fatto un primo passo avanti, poi, chissà perché, nella redazione definitiva del bando, se ne sono voluti fare due indietro…

La Carta raccomanda infatti che non si discrimini sulla base del tipo di contratto (a termine o indeterminato) per quanto riguarda, ad esempio, la possibilità di coordinare un progetto di ricerca o di essere titolare di un fondo. A questi principi si è scrupolosamente attenuto l’European Research Council quando, nel bandire gli Starting Grants nella primavera scorsa, ha stabilito come unico criterio di accesso il conseguimento del Dottorato di Ricerca da non più di 9 e non meno di 2 anni, senza nessun altro limite sulla ‘qualifica’, sull’esser di ruolo o non di ruolo, insomma su tutte quelle briglie delle quali il nostro sistema si ostina ad andare in cerca, magari per erogare poche migliaia di Euro di finanziamento, anche quando non ce ne sarebbe proprio bisogno.

La Carta a più riprese sottolinea il valore della mobilità, in tutte le sue accezioni. Mobilità geografica certo, ma anche tra settori (privato e pubblico) e discipline. Quanto è lontano da qui il nostro sistema, con i suoi 370 settori scientifico-disciplinari reciprocamente impermeabili, con la sua pressoché costante condanna dell’eclettismo, di norma percepito come disvalore, con il suo privilegiare la ‘fedeltà’ (?) di scuola, di disciplina, spesso addirittura di luogo.

I disastri prodotti da questo assetto sono visibili a tutti: il sistema italiano è quello i cui ricercatori sono i più mobili, purtroppo però in maniera unidirezionale: soltanto in uscita!

I talenti migliori se ne vanno e nessuno li rimpiazza. Il dato che emerge dal primo gradino di selezione degli Starting Grants dell’European Research Council è eloquente nella sua drammaticità. La ‘squadra’ dei ricercatori di nazionalità italiana è, in assoluto, con il suo bel 13%, la seconda come peso sul totale dei progetti che hanno superato la prima selezione. Purtroppo, un terzo dei ricercatori italiani selezionati svolgerà il suo progetto all’estero. L’Italia, unico tra i grandi paesi europei, ha così un saldo negativo del 30%, mentre – per esempio – a fronte di 42 ricercatori di nazionalità britannica selezionati, ben 101 condurranno il loro progetto nel Regno Unito, con un saldo attivo del 140%, saldo attivo che è del 18% per Francia e Spagna, mentre la Germania (altro sistema di notevole rigidità) ha un saldo negativo, ma solo del 6%. La Finlandia, potenza emergente nello spazio europeo della ricerca, è in pareggio, mentre la Grecia non sta bene, ma sta comunque un po’ meglio di noi, con un saldo negativo del 27%.

Forse, anziché perdere mesi a discutere quanti ricercatori, quanti associati e quanti ordinari debbano essere impegnati ad insegnare nelle discipline ‘di base e caratterizzanti’ dei nostri Corsi di Laurea e ad elaborare i relativi algoritmi, avremmo fatto meglio a ragionare su come affrontare un fenomeno che avrà – se non lo si controlla – conseguenze drammatiche sulla capacità del sistema economico del paese di garantire in futuro il benessere dei suoi cittadini.

Una seconda osservazione, anzi una domanda. Il sistema di reclutamento può influenzare l’andamento di questi fenomeni? Direi proprio di sì e sono in grado di produrre un’evidenza, magari circoscritta, ma significativa. In un’Università italiana di piccole dimensioni, a seguito dell’adozione della Carta Europea dei Ricercatori e del Codice di Condotta nel 2005, negli ultimi tre anni (2005, 2006 e 2007) è stata introdotta una procedura di reclutamento dei dottorandi ragionevolmente aperta e trasparente. E’ bastato questo per moltiplicare per 5 il numero dei partecipanti e per 10 la partecipazione di candidati non italiani. Direi che si tratta di un buon risultato.

In conclusione, io penso che il sistema italiano dell’università e della ricerca debba farsi carico di un’iniziativa coraggiosa e determinata per trovare al proprio interno la forza autonoma e responsabile per il cambiamento, magari semplicemente provando a dare concreta attuazione ai principi della Carta Europea e del Codice di Condotta, e fornire così un’iniezione di buon ricostituente europeo ad un sistema prostrato dalla propria irrefrenabile autoreferenzialità.

E’ ancora possibile? Io penso di sì, ma bisogna far presto.

 

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